Il ministro dell’Economia Giovanni Tria

Brutte sorprese dalla Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (NaDef) Perchè della drastica riduzione del peso del fisco proclamata in campagna elettorale i non si trova traccia né nella Nota né nell’audizione relativa del ministro per l’Economia Giovanni Tria.

La NaDef, anzi, cita la riduzione della pressione fiscale solo come principio, ma esaminando le tendenze per il triennio 2019-2021 a legislazione corrente, ammette che invece “crescerà di circa due decimi di punto (rispetto al 41,9 del 2018, ndr), attestandosi al 42,1 per cento nel 2021”.

Al contrario, ritroviamo – a pagina 55 – “ulteriori aumenti di gettito che proverranno da modifiche di regimi agevolativi, detrazioni fiscali e percentuali di acconto d’imposta”. In audizione sulla NaDef alla Camera, il ministro Tria cita esplicitamente gli aumenti di entrate attesi: 8,1 miliardi nel 2019, 3,9 miliardi nel 2020, 5,2 miliardi nel 2021. Numeri decisamente superiori a quelli previsti dal concomitante piano di riduzione delle spese nel triennio, quantificati da Tria in 6,9 miliardi di euro per il 2019, 3,9 miliardi nel 2020 e 4,7 nel 2021.

La rivoluzione giallo-verde, quindi, non produrrà l’atteso alleggerimento del peso del fisco, piuttosto una rimodulazione. Il che è evidente anche dai tre tagli fiscali già annunciati. Uno di questi, il più corposo, è solo virtuale: la sterilizzazione dell’IVA, che vale 12,5 miliardi, si riferisce infatti ad un incremento delle aliquote che sarebbe dovuto scattare dal gennaio 2019 e che è stato bloccato. Appare evidente, dunque, che non si tratti di una vera riduzione di tasse, se non nel senso di mancato aumento, che non porta dunque ad un alleggerimento della pressione fiscale nel 2019 rispetto al 2018. E non è comunque per sempre: il Ministero mette per iscritto che i tagli per il 2020 ed il 2021 sono solo parziali. Il che vuol dire che l’IVA aumenterà, a meno che le leggi di bilancio future non procedano ad ulteriori sterilizzazioni.

Operazione in perdita per i contribuenti sono anche la flat tax per le partite IVA e il taglio dell’IRES. Il primo, infatti, di flat tax conserva solo il nome: nella realtà dei fatti non è che una piccola estensione del tetto del regime forfettario già vigente, che da 50mila euro viene portato a 65mila. Un intervento assai circoscritto – è solo per le piccolissime imprese e per i professionisti – che porterà ad uno sconto fiscale altrettanto esiguo di 600 milioni di euro nel 2019. Uno sconto che è a sua volta un aumento mascherato, visto che la flat tax ‘supera’ – come è scritto sulla NaDEF – la prevista IRI, l’imposta sul reddito di impresa, che valeva invece circa 1,9 miliardi di euro di minori imposte.

Anche il taglio dell’IRES, che dovrebbe andare alle imprese che investono in macchinari innovativi o assumono, arriva dopo uno scambio sfavorevole. Se la sforbiciata vale infatti circa un miliardo in meno di tasse, anche in questo caso si sostituisce in suo favore uno sconto ben più corposo: l’ACE – aiuto alla crescita economica – che valeva 1,4 miliardi.