Difficoltà nell’attrarre investitori (29%), nel reperire risorse umane qualificate a costi sostenibili (23%), e nel conquistare quote di mercato (19%). Sono queste le maggiori criticità che ravvisano gli startuppers italiani che ritengono che l’Italia non sia propriamente il Paese ideale, perché a mancare è il sostegno in fase di crescita (27%) e perché la burocrazia rende problematiche prassi fondamentali come lo snellimento dei bandi per accedere ai fondi (22%).
E’ quanto emerge da uno studio del K&L Gates Legal Observatory condotto con metodologia Woa (Web Opinion Analysis) attraverso un monitoraggio su circa 50 forum, community, portali e testate web per capire quali sono le principali criticità delle startup in Italia.
“Uno dei temi con i quali si scontrano spesso le start-up è quello dei costi associati all’utilizzo di consulenti qualificati. Le grosse società di consulenza, che si tratti di consulenza legale o di business o altra natura, richiedono un investimento spesso non compatibile con i budget limitati delle startup specie quelle che ancora non hanno avuto accesso a finanziamenti”, afferma Arturo Meglio, partner di K&L Gates Milano, avvocato esperto in ambito societario e responsabile per lo studio del progetto in questione.
“Sulla base di questa constatazione, nasce il progetto ‘K&L Gates with YOUth’ – spiega – sviluppato in collaborazione con il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Milano-Bicocca, nell’ambito del quale vengono selezionate delle startup che vengono assistite dallo studio, nell’ambito di attività pro-bono, nella identificazione e implementazione di attività particolarmente rilevanti per la vita e lo sviluppo dell’azienda”.
“Il primo modulo, appena conclusosi – riferisce – e al quale ne seguiranno altri nei prossimi mesi, ha visto la partecipazione della startup HeartWatch, attiva nel settore healthcare con un’innovativa tecnologia di monitoraggio continuo delle condizioni cardiache e respiratorie, che lo studio, con il proprio dipartimento di diritto del lavoro coordinato dall’avvocato Roberto Podda, ha supportato nella strutturazione di impalcature contrattuali giuslavoristiche necessarie all’azienda per inquadrare e sostenere la crescita delle risorse e, di riflesso, produttività e business dell’azienda stessa”.
Ma quando un’idea diventa startup? Per il 33% dei soggetti monitorati, avviene quando se ne comprende la possibilità di utilizzo pratico, reale ed economico. Per il 31%, invece, quando si individua il modello che permette di fare ricavi, mentre per il 23% quando si concilia tutto ciò con l’ambiente normativo.
E, parlando di investitori, quali settori riescono ad attrarre più liquidità? In ordine, troviamo Ict (52%), Healthcare (36%), Pharma (34%), Media (28%), Trasporti (25%) e settore alimentare (19%). Per quanto riguarda le risorse umane, invece, il numero medio impiegato da una startup è da 1 a 5 (37%), da 5 a 10 (24%), oltre 10 (21%), oltre 30 (11%), oltre 50 (7%).
Ma quali sono le principali criticità? La più grande difficoltà è quella di attrarre investitori (29%) o ritrovarsi con risorse umane limitate e difficilmente inquadrabili (23%). Allo stesso tempo, è difficile conquistare quote di mercato (19%) e renderla operativa in tempi brevi (16%).
In definitiva, dunque, l’Italia è il Paese giusto per lanciare una startup? A fronte di un 26% (trend in crescita rispetto al passato) che ritiene l’Italia un buon Paese perché esistono molti incubatori di impresa, fondi pubblici e aziende che le finanziano, esiste un 49% dei soggetti monitorati per cui la risposta è invece negativa: da un lato, perché manca sostengo alla fase di crescita (27%) e, dall’altro, perché la burocrazia rende problematiche prassi fondamentali come lo snellimento dei bandi per accedere ai fondi (22%).