L’ amministatore delegato Eni Claudio Descalzi e il ministro del petrolio egiziano Tarek El Molla hanno definito il progetto di Zohr come la vincita di una scommessa. E’ il più grande giacimento di gas naturale scoperto nel Mediterraneo, un orgoglio per la compagnia petrolifera posseduta per il 30 per cento dallo Stato, e per metterlo in produzione – annuncio ufficiale del 20 dicembre – ci sono voluti solo due anni e mezzo. Un record, visto che imprese del genere richiedono almeno il doppio del tempo. Bisogna poi considerare che le relazioni tra Italia e Egitto hanno conosciuto dal 2016 periodi assai tesi dopo l’assassinio di Gulio Regeni, caso affrontato anche nei giorni scorsi al Cairo dal ministro degli Interni  Minniti. Ora il Paese nordafricano può iniziare a sfruttare il proprio giacimento, con 850 miliardi di metri cubi di gas (12-13 volte i consumi annuali di un Paese come l’Italia) e che si trova sotto i fondali marini a circa 190 chilometri a nord di Port Said, dove sbocca il canale di Suez. Curioso: colossi come Shell e Total avevano perforato nelle stesse acque una decina di pozzi senza trovare alcunchè, spendendo a vuoto circa due miliardi e mezzo di dollari. L’Eni invece ha avuto ben altra sorte e alla fine investirà in tutto 12 miliardi di dollari (5 dei quali già spesi) che avranno ritorni di tutto rispetto. Con l’arrivo del gas di ‘Zohr’ l’Egitto potrà soddisfare i crescenti consumi civili (il Paese conta 95 milioni di abitanti) e industriali e cessare di importare energia, come sta facendo ormai da qualche anno. E dal 2019 non è escluso, afferma El Molla, che “si apra una finestra” per l’esportazione, un evento al quale diversi Paesi europei (come l’Italia) guardano con interesse. Soprattutto se l’area del bacino del Levante dovesse dare ai Paesi rivieraschi (Egitto, Israele, Cipro) altre soddisfazioni sul versante delle scoperte. “L’avvio di Zohr è frutto delle nostre competenze, della nostra capacità di innovazione tecnologica e della nostra tenacia nel perseguire gli obiettivi, anche quelli più complessi”, ha detto Descalzi, ricordando poi come il modello industriale adottato con Zohr e replicato in altri sette casi abbia permesso al gruppo di generare tra il 2014 e il 2017 circa 9 miliardi di dollari dalle attività di esplorazione. Oggi il gruppo imprenditoriale italiano possiede il 60% del giacimento, dopo aver ceduto il 10% agli inglesi di Bp e il 30% ai russi di Rosneft. Bp e Rosneft hanno tempo fino a fine anno per arrotondare ognuno la propria quota di un altro 5%, il che consentirebbe all’Eni di incassare, secondo qualche stima, un altro miliardo di dollari.