ROMA – Trecentoquattordici giorni. Ci sono funzionari della pubblica amministrazione che hanno impostato un conto alla rovescia sul proprio computer per misurare il tempo che manca alla liberazione da Diego Piacentini, il quae terminerà il suo mandato di commissario straordinario per l’Italia digitale, il 16 settembre 2018. E questo sintetizza quanto sia importante il lavoro che questo 57enne – un passato da manager  per 13 anni in Apple con Steve Jobs e 16 in Amazon a fianco di Jeff Bezos – ha accettato di compiere in aspettativa e senza retribuzione per due anni. Non si tratta solamente di ridurre i data center della pubblica amministrazione dagli oltre 10mila a meno di 10, oppure di risparmiare agli impiegati milioni di minuti di lavoro, dunque di denaro dei contribuenti. Non stiamo solo parlando di semplificare la vita di cittadini e imprese, che pure sarebbe già molto. In gioco c’è un cambio radicale di prospettiva: mettere i cittadini al centro, avere più trasparenza e dunque meno spazio per la corruzione, ribaltare il rapporto tra Stato e persone, in un’ottica di servizio. Il commissario che ha ricevuto l’incarico di portare la macchina dello Stato nel 21esimo secolo, oltre all’ufficio di rappresentanza a palazzo Chigi, occupa un open space che gli ha ceduto la Cassa depositi e prestiti, a poche centinaia di metri dal ministero dell’Economia. Qui lavorano le 27 persone che fanno parte della sua squadra. La notizia è che, mentre il conto alla rovescia ha superato metà mandato, i risultati si iniziano a vedere. Il metodo funziona. I tubi, il lavoro di infrastruttura è ormai in fase avanzata, e quelle condutture si stanno trasformando in rubinetti, ovvero in servizi a cui tutti noi possiamo accedere. Per arrivarci servono le piattaforme digitali abilitanti alle quali stiamo lavorando: il sistema dell’identità digitale (Spid), l’anagrafe nazionale, i pagamenti di PagoPa. Certo, ci vuole anche altro: la volontà e l’organizzazione, le competenze”.  Oltre a visione e strategia, cominciamo finalmente a esporre i risultati: oltre un milione e 800mila identità rilasciate, con il 95% di crescita annua. Anche collezionare questi dati, renderli disponibili è stato molto faticoso”. “In cinque anni l’80 per cento della popolazione italiana dovrà essere in possesso di un’identità digitale”. “Per far sì che ciò accada, il cittadino deve avere la possibilità e il vantaggio di utilizzare l’identità digitale per molti servizi”. “Il rilascio dei certificati, l’Inps, il pagamento delle multe, le attività con il ministero delle Finanze. Le amministrazioni pubbliche non devono più rilasciare una loro identità, stop a mille Pin diversi.  Finora c’è un’incidenza forte nella richiesta da parte di 18enni e insegnanti perché si sono registrati per ottenere il bonus e gli incentivi. La maggior parte delle identità sono rilasciate dalle Poste. In Francia al momento sono due milioni, anche lì la molla è un servizio utile, il controllo dei punti sulla patente. Nel corso del tempo diventerà per le persone un’abitudine quotidiana”. “Non solo. Una ricerca del Politecnico di Milano dimostra che uno dei motivi principali di arretratezza digitale è il pregiudizio percettivo dei cittadini nei confronti dello Stato. I cittadini, tutti  noi, non crediamo neppure sia possibile ottenere servizi online. E dunque andiamo allo sportello di persona. Ci vorrà tempo, efficienza e comunicazione perché le cose cambino”. “Sistema PagoPa: qui il tubo e il rubinetto sono molto vicini. Con il Comune di Milano la sperimentazione della Tari ha mostrato quest’anno un aumento del 43% di transazioni online nella prima settimana, con il picco dei pagamenti la domenica. Se la rendi facile, anche una cosa spiacevole come pagare la tasse diventa un’abitudine”. “Accadrà ancora. Ci vorranno generazioni perché si cambi davvero. Le cose non capitano solo per legge. Prendiamo i pagamenti, esistevano già le norme, “l’obbligo di”. Ma ora stiamo migliorando i servizi, le interfacce, e stiamo lavorando con le amministrazioni perché si organizzino per farlo. Alcuni sono già molto avanti e incentivano i residenti: il comune di Gallarate dice ai propri cittadini, “Se saldate con PagoPa avete 10 euro di sconto sulla Tari”, perché io risparmio nella gestione”. “La maggior parte delle amministrazioni per ora non ci pensa neppure. Ci vuole tempo, è difficile perché oltre alle norme e ai regolamenti ci sono interessi, commissioni sui pagamenti. Ma è una strada obbligata. È ingenuo pensare che qualsiasi processo di cambiamento di un sistema complesso, come la macchina dello Stato, avvenga in modo immediato. PagoPa esisteva dal 2012 ma fino a gennaio 2016 c’erano state 92mila transazioni. Ora siamo a 4 milioni, con una crescita annua del 311%. Stiamo aprendo il sistema, si può pagare con PayPal, presto anche con Satispay, una start up che permette transazioni con il cellulare”.