Trapianto di fegato fatale allo Spallanzani:
il processo si farà, il 7 di marzo.
I tre medici posti sotto inchiesta dalla Procura sono stati infatti rinviati a giudizio per la morte del paziente di 59 anni, deceduto dopo un trapianto di fegato il 20 maggio 2015. La decisione presa dal gup Clementina Forleo, che ha accolto la richiesta del pubblico ministero Mario Ardigò. I tre professionisti dovranno rispondere di omicidio colposo.
La vittima, Vincenzo Parrella, era in lista d’attesa da tempo per un trapianto, reso necessario da una grave forma di cirrosi epatica.
Alla base del tragico esito, un errore ai limiti dell’incredibile, avvenuto durante il primo intervento, l’8 marzo di due anni fa.
All’uomo – in base alla ricostruzione delle carte giudiziarie – fu impiantato un fegato di gruppo Ab Rh positivo,
mentre il suo sangue era Rh negativo. A causa di complicazioni, Parrella morì due mesi e mezzo dopo.
A denunciare l’accaduto erano state la moglie della vittima, Aneta, polacca, e la ex convivente,
Emanuela Rossi (figlia del Cantautore Stefano Rosso).
Nella veste di imputati al processo compariranno il professor Giuseppe Maria Ettorre, luminare del settore,
direttore del Centro trapianti del polo ospedaliero San Camillo-Forlanini-Spallanzani
nonché chirurgo operatore in quell’occasione, e i dottori Carlo Ferrari e Giovanni Vennarecci.
Punto centrale del procedimento:
chiarire la catena di negligenze e omissioni registrate sia nella compilazione della scheda
con la richiesta di un organo sano, inviata al Centro regionale trapianti, sia nella verifica
di cartelle cliniche e referti al momento di porre il paziente sotto i ferri.
Gli avvocati dei medici, in udienza, hanno puntato sulla mancanza di un ‘nesso di causalità’
tra gli errori in reparto e il decesso del malato: una difesa ritenuta insufficiente a evitare il giudizio.
L’avvocato Cesare Placanica, legale di parte civile, ha commentato:
«Sarà il processo a chiarire le eventuali responsabilità degli imputati.
In quell’ospedale c’è stato un errore gravissimo che in un paese civile non deve più accadere».