Oltre 400 milioni di euro. E’ questa la somma che il liquodatore di banca Etruria, Giuseppe Santoni, vuole dagli ex amministratori dell’istituto di credito aretino. Per questo li ha citati in giudizio. Tra loro c’è anche Pierluigi Boschi, il padre del sottosegretario Maria Elena, che a partire dal 2014 era vicepresidente insieme ad Alfredo Berni quando l’istituto di credito era guidato da Lorenzo Rosi.
Scopo0 dell’azione risarcitorial è la possibilità di utilizzare il denaro proveniente dagli eventuali indennizzi per gli obbligazionisti subordinati. Vuol dire che l’azione di responsabilità mira a ottenere i fondi necessari a ristorare i creditori che hanno subito perdite quando – era il novembre 2015 – il governo decise di mettere in liquidazione le quattro banche: oltre ad Etruria, CariChieti, CariFerrara e Banca Marche. Ai giudici spetterà pure il compito di valutare l’attività della società di revisione PriceWaterhouseCoopers.
L’iniziativa di Santoni coinvolge Ubi Banca perché al momento dell’acquisto ha firmato una clausola contrattuale che le imponeva di aderire all’eventuale giudizio. Adesso – dopo la notifica dell’atto che potrebbe avvenire nelle prossime ore – saranno i manager a dover presentare proprie memorie difensive, tenendo conto che in caso di accoglimento del ricorso la maggior parte rischia di dover pagare più di 10 milioni di euro e dunque di subire il pignoramento dei beni.
Nel ricorso il liquidatore indica varie ragioni alla base della sua azione. In particolare a provocare il “buco” nei bilanci di Etruria erano stati i comportamenti dolosi degli amministratori, ma anche quelli colposi. E sarebbe stato proprio questo secondo aspetto a far lievitare ulteriormente la cifra indicata un anno e mezzo fa. In particolare i componenti dei Cda e i sindaci avrebbero erogato mutui e finanziamenti senza richiedere le necessarie garanzie e – in alcuni casi – «anche in conflitto di interessi». Oltre a sottolineare le iniziative di «indebito e illecito ostacolo alla vigilanza della Banca d’Italia», Santoni contesta ai vertici dell’Istituto aretino di non aver dato seguito all’input di palazzo Koch che raccomandava la fusione con un partner affidabile che invece non ha avuto seguito. E questo nonostante fosse arrivata un’offerta, ritenuta vantaggiosa, dalla Banca popolare di Vicenza.
In questo quadro si inseriscono le consulenze inutili e quegli incarichi affidati a manager interni che però non hanno fornito risultati. Non a caso nella lettera inviata un anno e mezzo fa Santoni parlava di «depauperamento del patrimonio sociale» attraverso «numerose iniziative contrarie alla prudente gestione», ma anche i «rilevanti premi aziendali non dovuti». La relazione di Santoni allegata alla richiesta di messa in liquidazione di Etruria parlava di almeno 17 milioni elargiti per pagare senza motivo consulenti esterni.