Manifestazione autonomista a Barcellona

Oggi il parlamento catalano dovrà prencere una decisione fondamentale per le sorti della regione: proclamare la secessione da Madrid, oppure rinunciare – momentaneamente – all’indipendenza per tentare la via della mediazione internazionale.
Ma nel primo caso si avrebbero pesanti conseguenze.
Nonostante goda del sostegno della maggioranza dei nazionalisti del parlamento catalanoil presidente della regione Carles Puigdemont  sa bene che dichiarare l’indipendenza non basterà a far scattare automaticamente la secessione dal Regno di Spagna. Per non parlare del riconoscimento internazionale dell’indipendenza catalana, già negato più volte da Bruxelles. Tagliare il cordone ombelicale con Madrid, insomma, non sarà semplice.
Tuttavia, il presidente del governo catalano potrebbe cercare di prendere altro tempo, facendo slittare di qualche giorno la proclamazione dell’indipendenza. In questo caso, si tratterebbe di una soluzione tampone, prima di trovare una mediazione con il Regno di Spagna. Un’opzione più morbida, quest’ultima, che però lascerebbe nel frattempo il Paese intero con il fiato sospeso, con lo spettro dell’indipendenza pronta a provocare un vero terremoto nel mondo finanziario ed economico.
Occorre poi considerare le reazioni di Madrid. Il governo centrale ha definito il referendum catalano “illegale” e se la Catalogna dovesse scegliere la linea dura della dichiarazione d’indipendenza, Madrid potrebbe forzare la mano a sua volta, applicando l’articolo 155 della Costituzione che prevede che il governo potrà “adottare le misure necessarie” per “costringere” una comunidad autonoma al “rispetto forzoso” dei suoi obblighi e alla tutela dell’interesse generale. Di fatto l’invocazione dell’articolo 155 comporterebbe lo scioglimento del ‘Parlament’, la sospensione della regione e verrebbero indette nuove elezioni. Finora non si è mai dovuto applicare la norma, in base alla quale peraltro il governo è tenuto a specificare quali misure concrete vuole adottare e sottoporle all’approvazione del Senato, dove il Partito popolare dispone della maggioranza assoluta.
Appare invece remota l’eventualità che il governo centrale possa schierare l’esercito in Catalogna, nonostante qualche giorno fa il ministero della Difesa spagnolo abbia ordinato l’invio di unità dell’esercito per fornire supporto logistico alla Guardia Civil e alla Polizia nazionale. Le uniche due forze alle quali potrebbe essere affidato il compito di scendere in campo in caso di repressione. La notizia dell’invio di unità dell’esercito spagnolo in Catalogna, sebbene solamente per fornire supporto logistico alla Guardia Civil e alla Polizia nazionale, appare inquietante per molti osservatori, che in questi giorni si trovano a commentare la crisi in atto. Raramente, in tempi recenti, i militari sono stati impiegati in Europa a sostegno delle attività di polizia o, fatto ancora più raro, per ristabilire l’ordine pubblico in situazioni di disordini e potenziale guerra civile. Un intervento del governo spagnolo per assumere il controllo del governo catalano, secondo Puigdemont sarebbe “un errore che cambia ogni cosa”. Per non parlare delle decine di migliaia di separatisti che scenderebbero in piazza per rivendicare la propria indipendenza.