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Giuliano Poletti

La legislatura finirà a Febbraio e quindi si amdrà inevitabilmente a votare. E con l’aria di elezioni arrivano le mance del governo. Del tipo di quelle cui ci ha abituati il Renzi dei tempi migliori.
Ma anche Gentiloni & C non scherzano. Soldini a pioggia per tutti, dagli indgenti ai giovani e chissà a chi altri ancora nelle prossime settimane.
Così per le famiglie più povere arriva da gennaio il Reddito di inclusione: un assegno mensile da 190 fino a 485 euro per un massimo di 18 mesi. Con gli 1,7 miliardi per adesso disponibili annualmente ne potranno beneficiare circa un terzo delle famiglie che oggi percepiscono redditi inferiori alla soglia di povertà. Su una platea complessiva di 1,8 milioni di famiglie povere (4,6 milioni di persone), il ReI secondo le stime del governo coinvolgerà circa 660mila nuclei familiari, di cui almeno 500mila con figli minori a carico.
Il nuovo strumento ha carattere permanente, e viene riconosciuto ai nuclei familiari che hanno un reddito Isee non superiore a 6.000 euro, un valore del patrimonio immobiliare – diverso dalla casa di abitazione – non superiore a 20.000 euro, e una ricchezza mobiliare (azioni o risparmi) che non vada oltre i 6mila euro (fino a 10mila a seconda del numero dei componenti del nucleo familiare).
I maligni fanno notare che si tratta di 16 euro al giorno per nucleo familiare, meno della metà di quanto lo Stato versa alle cooperatiuve sociali e onlus per ogni migrante a carico.
Per i goivani si è pensato, invece, a un assegno minimo da 600 euro se andranno in pensione con il contributivo, anche se i premi versati non saranno sufficienti a garantirlo. E’ la proposta del governo di cui si è discusso al tavolo con i sindacati, presieduto dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti.
Il piano propone dunque di allargare la platea di chi potrà andare in pensione con il sistema interamente contributivo a 63 anni e sette mesi con un minimo di 600 euro. E piace ai sindacti, che chiedono però di rivedere anche l’altro coefficiente che consente di andare in pensione a 63 anni e 7 mesi con un assegno pari a 2,8 la pensione sociale.
Ma opposizioni e sindacati storcono la bocca e criticano le misure definite insufficienti e demagogiche.
“L’ipotesi del governo della riduzione del parametro minimo dell’1,5 è certamente positiva – ha detto il segretario confederale della Cisl, Maurizio Petriccioli al termine del tavolo – ma se vogliamo implementare la flessibilità in uscita dobbiamo lavorare anche sui parametri per andare in pensione prima. Ridurre anche quello del 2,8 significa ripristinare flessibilità al sistema, altrimenti di fa una cosa incompleta. Il coefficiente di 2,8 vuol dire mandare in pensione solo chi ha un assegno di 1.400 euro cui arriverebbero in pochissimi”.
I sindacati chiedono che si arrivi a un coefficiente intorno a 2-2,2 per consentire di accedere alla pensione anche chi avrebbe un assegno di circa 1.200 euro.