In Italia si corre il forte rischio che, tra qualche mese, con la scadenza progressiva dei bonus sulle assunzioni avviate nel 2015, ci si possa trovare di fronte a un’ondata di licenziamenti senza precedenti. Un rischio che, se anche dovesse riguardare il 10% del milione e mezzo di assunti durante il 2015 a zero contributi, finirebbe per coinvolgere oltre 150mila persone.
La manovra per il 2015 ha introdotto il ‘bonus contributivo triennale integrale’ per le assunzioni stabili: i nuovi contratti a tempo indeterminato stipulati in quell’anno con lavoratori disoccupati o assunti a termine hanno goduto e godono di uno sgravio pari a circa ottomila euro l’anno per un triennio. Ovvero l’intero ammontare dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro. Sempre nel 2015, dagli inizi di marzo, è venuto meno, con il nuovo contratto a tutele crescenti, anche l’articolo 18 dello Statuto: il che significa che gli assunti da quella data in avanti (anche nelle imprese con più di 15 addetti) possono essere licenziati pagando un’indennità proporzionata all’anzianità di lavoro. Il risultato di tutto questo è che, via via che scadranno i tre anni, dal gennaio e fino al dicembre 2018, le imprese si troveranno a dover pagare contributi pieni per ogni assunto: un incremento secco tra 25 e 30% del costo del lavoro.
Stiamo parlando di circa un milione e 579mila rapporti di lavoro con bonus, stipulati nel corso del 2015: circa 403mila derivanti da trasformazioni di contratti a tempo determinato, più di un milione come assunzioni ‘nuove’, anche se con una rilevante componente di ex cocopro e partite Iva. Un esercito di lavoratori sostanzialmente privi della copertura dell’articolo 18 e che, dunque, possono o potrebbero anche essere licenziati per motivi economici.
I sindacati hanno sottolineato in più occasioni e a più tavoli l’esistenza di un rischio di questa portata. Un allarme che sarebbe suffragato dallo stretto nesso esistente tra assunzioni e sgravi, come dimostrerebbe quello che è accaduto con la fine degli incentivi: i nuovi contratti sono crollati e quelli avviati sono stati in larghissima maggioranza a termine. Il che confermerebbe il valore del bonus per i datori di lavoro. Senza contare – si insiste – che licenziare un lavoratore senza articolo 18 è oggettivamente più agevole rispetto al licenziamento di un lavoratore tutelato dalla vecchia norma.
Meno preoccupati e più attendisti sono, però, altri addetti ai lavori.
«Dobbiamo aspettarci un boom di licenziamenti nell’anno 2018, alla fine della decontribuzione? Lo vedremo nei fatti, personalmente non credo – spiega Emmanuele Massagli, presidente di Adapt, il Centro studi fondato da Marco Biagi –. Se un datore di lavoro ha assunto personale, pur vivendo un momento di incertezza sul futuro, convinto dalla decontribuzione, ha già proceduto ai licenziamenti se non ha ricevuto le commesse sperate: non si mantengono in forza lavoratori a cui non si sa cosa far fare solo per la decontribuzione». «Chi invece non è convinto del valore della persona assunta – aggiunge – non ha ragioni per aspettare tre anni ad interrompere il rapporto: più passa il tempo, più l’indennità da riconoscere all’ex dipendente sarà alta in caso di contenzioso perso».
Per gli esperti della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, però, le variabili in gioco sono principalmente due: si dovrà tenere conto dell’andamento dell’economia (per settore e per territorio) e dell’investimento in capitale umano che si è fatto. E, dunque, in caso di scenario positivo dell’economia, non c’è ragione di dismettere un investimento, anche con il venir meno del bonus. Ma se domanda e commesse dovessero calare, il datore di lavoro, dovendo scegliere chi licenziare, potrebbe orientarsi più facilmente a sfavore di coloro che sono stati assunti con l’esonero e con il contratto a tutele crescenti. Il rischio, dunque, c’è tutto. E può assumere proporzioni allarmanti: sarà bene correre ai ripari per tempo.