Enzo Bettina in una foto di alcuni anni fa

E’ morto a Milano all’età di 90 anni Enzo Bettina. Nato a Spalato nel 1927 è stato editorialista del Corriere della Sera, Vicedirettore de Il Giornale, che fondò assieme a Indro Montanelli, e attualmente scriveva per La Stampa.
Da giovane era stato comunista, per un breve periodo. Ma ben presto si era reso conto di quanto la devozione cieca richiesta ai militanti di un partito stalinista fosse letale per la stessa dignità umana. E lo aveva raccontato in modo vivido, attraverso una galleria di personaggi l’uno più tormentato dell’altro, nel suo primo romanzo La campagna elettorale, pubblicato nel 1953 dal piccolo editore Bianchi Giovini (poi ristampato da Rizzoli e nel 1997 da Mondadori). Più tardi, da giornalista affermato, Bettiza sarebbe divenuto uno degli analisti più acuti e spietati dell’ideologia e dei regimi di marca sovietica.
L’esperienza al «Giornale» era coincisa con l’ingresso diretto in politica. Bettiza era entrato nel 1976 al Senato, per il quale si era candidato in un contesto di alleanza laica (Pli-Pri-Psdi), e aveva partecipato alle votazioni che portarono Sandro Pertini al Quirinale, vicenda su cui aveva scritto il Diario di un grande elettore (Editoriale nuova, 1978). Poi nel 1979 era passato al Parlamento europeo come deputato liberale. Era un sostenitore convinto del patto lib/lab, l’intesa tra il Pli e il Psi di Bettino Craxi, di cui apprezzava la presa di distanza dal Pci. E proprio sulla figura del segretario socialista si era aperto un contrasto tra lui e Montanelli (assai più diffidente verso il leader del Garofano), che lo aveva indotto a lasciare «il Giornale» nel 1983 per diventare editorialista della «Stampa» di Torino. La terza elezione di Bettiza al Parlamento europeo, nel 1989, era avvenuta sotto l’insegna del Psi di Craxi, del quale aveva conquistato la piena fiducia.
Dagli anni Novanta in poi si era intensificata la sua produzione letteraria e saggistica, con il fluviale romanzo I fantasmi di Mosca(Mondadori, 1993) e molti altri testi, in prevalenza dedicati alle vicende dell’Europa orientale, come la Rivoluzione ungherese del 1956 e la Primavera di Praga del 1968. Neanche la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’impero sovietico avevano distolto Bettiza dall’impegno a ripensare e dissezionare il comunismo come evento centrale del Novecento.