E’ tutta dell’accusa la prima udienza del processo d’appello per Massimo Bossetti, condannato in primo grado al ‘fine pena mai’ per l’omicidio di Yara Gambirasio. Contro di lui “ci sono più elementi che, uniti alla prova decisiva del Dna, danno la sicurezza della colpevolezza“. Un delitto “terribile” su cui si possono fare più ipotesi e che solo lui può confessare. Un omicidio aggravato dalle sevizie e dalla crudeltà – diverse le ferite sul corpo della giovane di Brembate scomparsa il 26 novembre 2010 – aggravato dalla minore età: la vittima aveva 13 anni e l’imputato “non era insensibile al fascino delle ragazzine”.

E per l’accusa la condanna non può che essere l’ergastolo, più “l’isolamento diurno di sei mesi”, perché puntò il dito contro un collega (in primo grado è stato assolto dalla calunnia) e per questo non ha diritto ad attenuanti.

In aula Bossetti per un attimo stringe in un gesto affettuoso le mani della moglie Marita, qualche fila indietro c’è mamma Ester e la sorella Laura. Assenti i genitori di Yara, mamma Maura e papà Fulvio, che restano lontani dai curiosi che affollano l’aula e dai giornalisti (telecamere e fotografi non sono ammessi).

La pubblica accusa smonta la presunta novità della difesa: le foto satellitari del campo di Chignolo d’Isola, dove la vittima fu trovata tre mesi dopo la scomparsa, erano già presenti nel fascicolo della polizia giudiziaria ma “ritenute irrilevanti”. Le immagini del 24 gennaio 2011 “non provano nulla” e se il corpo della vittima, coperto da sterpaglie, non si vede è colpa della “qualità della risoluzione”. Parole che trovano d’accordo la parte civile. “E’ una nullità, un altro colpo a salve”, sentenzia l’avvocato Andrea Pezzotta.

Per l’accusa il cellulare di Bossetti certifica che è in una zona il giorno della scomparsa di Yara; la polvere di calce sulla vittima riconduce al mondo dell’edilizia; il suo furgone viene ripreso dalle telecamere vicino alla palestra da cui esce la ginnasta; le ricerche pornografiche sul computer pesano sul possibile movente, le fibre sugli indumenti della 13enne sono compatibili con quelle dei sedili Iveco. “Non posso stare a sentire quelli che vengono qui a dire idiozie”, sbotta Bossetti prima di essere zittito.

E’ sul Dna che si gioca il processo. L’assenza del Dna mitocondriale di Bossetti sulla traccia trovata sui leggings e gli slip della 13enne “non inficia in alcun modo la valenza del Dna nucleare, l’unico che identifica in maniera certa una persona”. Il procuratore generale racconta lo “sforzo unico nella storia investigativa” che da Ignoto 1 porta a trovare il ‘match’ con Bossetti con una probabilità statistica di “assoluta certezza”. E’ “oltre i limiti del grottesco” pensare che si sia costruito un Dna: “Non c’era nessun interesse a incastrarlo”. Quella traccia mista “del sangue” di vittima e sospettato porta al muratore che conosce il campo dove Yara è stata colpita più volte e dove è morta per le ferite e il freddo. “Ogni diversa ipotesi” sul logo della morte “è pura fantasia”.

Su quanto accaduto “è inutile fare troppe fantasie”. Yara, è la tesi del pg, ha accettato un passaggio sul furgone dove “un atteggiamento o una frase sbagliata” può aver generato la reazione. “E’ solo un’ipotesi, come sono andate le cose ce lo può dire solo Bossetti ma credo che non c’è lo dirà mai, per motivi processuali ma anche per difendere la sua immagine”, chiosa il procuratore generale. Si torna in aula il 6 luglio quando sarà la difesa a replicare in particolare sul Dna. La decisione sul futuro di Bossetti è attesa per il 14 luglio.