“Dopo la sentenza della Corte di Cassazione (n. 14862/2017) che sancisce la legittimità di un licenziamento motivato da ‘un utilizzo della dotazione aziendale per fini personali non sporadica o eccezionale ma, al contrario, sistematica’, è agevole pronosticare i commenti più disparati, molti dei quali lamenteranno prepotenti invasioni nel regno della privacy dei dipendenti, invocando tutele statutarie e interventi del Garante. Ma la privacy, così come i controlli a distanza, nel caso di specie, c’entrano poco o nulla”. Lo afferma Alessandro De Palma, giuslavorista dello studio Orsingher Ortu – Avvocati Associati.

“La decisione della Suprema Corte – chiarisce – pone le basi, in realtà, su un fondamento giuridico molto più banale e, nello stesso tempo, più inattaccabile: il contratto di lavoro è fonte di obbligazioni per entrambe le parti. L’articolo 2094 del Codice civile, del resto, ci ricorda che è prestatore di lavoro subordinato chi si obbliga a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro”.

“Ora, 27 connessioni a Internet per una durata complessiva di 45 ore e migliaia di kbyte scaricate (sono i dati concreti del caso in esame) – sottolinea – vogliono dire una sola cosa: quel dipendente, durante quelle 45 ore, non ha lavorato, o quanto meno non ha lavorato come avrebbe dovuto. È quindi venuto a mancare nell’adempimento del principale dei suoi obblighi, ovvero quello di rendere una prestazione lavorativa. Né più né meno. Del resto, seguendo lo stesso ragionamento, ma giungendo a risultati opposti, un celebre precedente (Cass. n. 22353/2015) aveva ritenuto illegittimo il licenziamento in un caso in cui l’utilizzo personale della posta elettronica e della navigazione in Internet non avevano determinato una significativa sottrazione di tempo all’attività lavorativa”