Paolo gentili e Matteo Renzi

L’Assemblea nazionale del Partito Democratico ha evdienziato tutte le tensioni e le fratture interne. E ha sancito quella che è già una scissione di fatto in attesa di concretizzarsi.
Infatti dopo il discorso di Matteo Renzi, giudicato dalla sinistra troppo duro, la strada sembra segnata.”Aspettiamo la replica, ma Renzi ha alzato un muro”, dice Pier Luigi Bersani. La minoranza, fa sapere l’ex segretario, prenderà le sue decisioni dopo la replica del segretario. “È stato alzato un muro – conferma Enrico Rossi ancora più deciso – sia nel metodo che nella forma. Per noi la strada è un’altra. Sono maturi i tempi per formare una nuova area”. Di diverso avviso sembra, invece, Michele Emiliano: “E’ a portata di mano” ritrovare l’unità: “Siamo a un passo dalla soluzione. Un piccolo passo indietro consente a una comunità di farne cento avanti. Io sto provando a fare un passo indietro, ditemi voi quale, che consenta di uscire con l’orgoglio di appartenere a questo partito. Senza mortificare nessuno”.
Ma la maggioranza replica sostenendo che quella della scissione fosse una scelta gàià aasunta prima dell’assemblea.

“L’assemblea ha deciso l’avvio del congresso, il più alto momento di democrazia interna, andarsene per una data è sbagliato. Avremmo voluto ascoltare la minoranza, in assemblea non ne abbiamo sentiti molti. E’ una scelta già compiuta che assumo con rammarico”, così il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini replica ai bersaniani.
“Io dico fermiamoci, fuori ci prendono per matti. Oggi discutiamo ma poi mettiamoci in cammino”, ha esordito Renzi. “La scissione – ha aggiunto – ha le sue ragioni che la ragione non conosce. La nostra responsabilità è verso il Paese e quelli che stanno fuori. Adesso basta: si discuta oggi ma ci si rimetta in cammino. Non possiamo continuare a stare fermi a discutere al nostro interno”. “Scissione – ha sottolineato – è una delle parole peggiori, peggio c’è solo la parola ricatto, non è accettabile che si blocchi un partito sulla base dei diktat della minoranza”. “Tutti si sentano a casa nel Pd, liberi di discutere ma se in tutte le settimane c’è un’occasione di critica, se per tre anni si è pensato che si stava meglio quando si stava peggio, io non dico che siamo nemici né avversari ma dico ‘mettetevi in gioco’, non continuate a lamentarvi ma non potete immaginare di chiedere a chi si dimette per fare il congresso di non candidarsi per evitare la scissione non è una regola democratica”.
Ma un’evenatuale scissione metterebbe a rischio anche la tenuta del governo. Infatti la prima conseguenza della scissione sarà a livello parlamentare la nascita di gruppi distinti da quelli del Pd: i numeri ci sono perché bastano 10 senatori a Palazzo Madama e 20 deputati a Montecitorio. Quale sarà la linea di questi gruppi? Se al Senato vengono meno 20 voti la maggioranza non c’è più.
Quale sarà la linea di questi gruppi? Qui le valutazioni sono diverse. Da un lato, infatti, ci sono le ultime settimane nelle quali la minoranza dem ha ribadito in tutte le salse la necessità di condurre in porto la legislatura ottenendo così tutto il tempo per un congresso ‘lungo’. Dall’altro, però, la stessa minoranza, all’indomani della nascita del governo Gentiloni aveva chiesto una maggiore discontinuità riservandosi di votare «provvedimento per provvedimento”.