offerte lavoroL’effetto Jobs Act sembra essere finito. Calano le assunzioni a tempo indeterminato  e aumentano i licenziamenti “per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo”. In due anni sono passati da 35 a 46 mila: il 31% in più. Un dato che si spiega proprio con la riforma del lavoro targata Renzi che ha cancellato l’articolo 18 allargando le maglie per le aziende. Una maggior flessibilità che avrebbe dovuto dare maggiore spinta al mercato del lavoro.
E’ l’Inps che conferma un quadro a tinte fosche. Mentre continua a crescere senza sosta il ricorso ai voucher – la stretta del governo è arrivata solo a settembre – rallentano le assunzioni a tempo indeterminato e in generale i nuovi contratti.
Nei primi otto mesi dell’anno, le assunzioni sono calate dell’8,5% a quota 3,782 milioni: i contratti a tempo indeterminato sono stati “solo” 800mila, in netto calo rispetto agli 1,2 milioni dello scorso anno e meno anche dello stesso periodo del 2014, quanto a marzo entrò in vigore il Jobs Act. “Come già segnalato nell’ambito dei precedenti aggiornamenti dell’Osservatorio – spiega l’Inps -, il calo va considerato in relazione al forte incremento delle assunzioni a tempo indeterminato registrato nel 2015, anno in cui dette assunzioni potevano beneficiare dell’abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un periodo di tre anni”. Analoghe considerazioni possono essere sviluppate per la contrazione del flusso di trasformazioni a tempo indeterminato (-35,4%). Fino allo scorso anno, infatti, i datori di lavoro potevano beneficiare di uno sconto fiscale di 24mila euro in tre anni per ogni neoassunti: dal 2016 lo sconto è sceso a 3.250 euro l’anno.
A preoccupare gli addetti ai lavori è soprattutto il trend delle assunzioni a tempo indeterminato: ad agosto sono state solo il 24,9% dei nuovi rapporti di lavoro, il dato mensile più basso dell’ultimo biennio. Insomma, la cura Renzi inizia a scricchiolare, soprattutto in considerazione
di un tasso di disoccupazione che resta stabile all’11,4%. L’altra faccia delle medaglia non è per nulla rassicurante: nonostante le buone intenzioni, infatti, a fronte di un’occupazione che non riparte, non calano neppure dimissioni e licenziamenti.