I fondi di investimento internazionali escono dal capitale del maggior istituto bancario tedesco i cui titoli crollano e affondano le Borse europee. E’ un venerdì nero per la finanza europea con tutti i titoli bancari sotto pressione.
A Milano, dopo i primi scambi, l’indice FTSE Mib è arrivato a perdere il 2,5% per poi recuperare e contenere le perdite a -1,3%, in linea con Francoforte (-1,44%), Parigi (-1,60%) e Londra (-1,1%). Unicredit (-3,8%), Ubi (-3,1%), Bper (-3%), Unipol (-2,99%) e Generali (-3%) sono i titoli peggiori del listino, dove a soffrire sono soprattutto i bancari.
Sempre a causa dei timori di Deutsche Bank, l’euro scende sotto quota 1,12 sul dollaro. La moneta europea passa di mano a 1,11 dollari.
Nel corso della notte il titolo della banca tedesca ha ceduto a Wall Street il 6,7% per i timori del mercato che ritiene ormai inevitabile un salvataggio da parte del governo tedesco, per quanto ripetutamente smentito sia da Berlino che dall’istituto di Francoforte. In un anno le azioni Deutsche Bank hanno perso oltre il 60% in Borsa. L’istituto guidato da John Cryan è stato coinvolto in tutti gli ultimi scandali finanziari (manipolazione dell’indici Libor, Forex, mutui subprime), e perciò è al centro di migliaia di cause in tutto il mondo, con richieste di risarcimenti e multe record, inclusa la richiesta da 14 miliardi da parte delle autorità Usa.
Ma sulla graticola c’è anche la seconda banca tedesce: Commerzbank che  ha annunciato che taglierà 9.600 posti, uno su cinque, sui 45 mila dipendenti totali e sospenderà il dividendo, che aveva ricominciato a pagare solo l’anno scorso, per la prima volta dal 2007, dopo lo stop seguito alla crisi finanziaria e al salvataggio pubblico, quando il governo di Berlino iniettò 18 miliardi di capitale nell’istituto, diventandone azionista (ancora oggi è il primo socio con il 15%). Il piano di ristrutturazione annunciato da Martin Zielke, ceo di Commerzbank da maggio, sarà analizzato venerdì dal consiglio di Sorveglianza. La riorganizzazione, che si estenderà fino al 2020 e costerà nel complesso 1,1 miliardi di costi, prevede la semplificazione della struttura, con la fusione delle 4 attività più importanti in due divisioni e lo spostamento online dell’80% di operazioni e processi.