Proteste a Istanbul

Si aggrava sempre più la situazione in Turchia all’indomani del fallito golpe. Il vicepremier e portavoce del governo di Ankara, Numan Kurtulmus, ha annunciato che “la Turchia sospenderà la Convenzione europea sui diritti umani, come ha fatto la Francia”. Riferimento, quest’ultimo, con cui Kurtulmus ha dato seguito alla polemica a distanza con Parigi che lo stesso Erdogan ha acceso durante il suo discorso televisivo di mercoledì sera, trasmesso in diretta televisiva e seguito dai sostenitori del presidente su maxischermi nelle piazze delle principali città del Paese. In particolare, quando Erdogan ha paragonato lo stato d’emergenza deciso per la Turchia a seguito del golpe fallito alla stessa misura adottata in Francia dopo gli attentati terroristici. Erdogan ha attaccato duramente il ministro degli Esteri francese Ayrault, che nei giorni scorsi aveva dichiarato che Erdogan “non può credere di avere carta bianca nel fare ciò che vuole dei golpisti”.
Il vicepremier Kurtulmus ha aggiunto che l’esecutivo spera di poter revocare lo stato di emergenza già dopo “40-45 giorni” e che in Turchia non vigerà alcun coprifuoco: “Di sicuro non è tra le misure previste, non vi saranno limitazioni a diritti e libertà” per i cittadini.

Intanto è crisi internazionale con gli Stati Uniti. Mentre la reazione interna si traduce in oltre 6mila arresti in poco più di 24 ore e l’annuncio di un possibile ritorno alla pena di morte, il presidente Recep Tayyip Erdogan si scaglia contro Washington, chiedendo l’estradizione di Fethullah Gulen, l’imam e magnate che accusa di essere la mente del tentativo di golpe. Toni che il segretario di Stato John Kerry respinge come “irresponsabili”, invitando Ankara a fornire le prove del suo coinvolgimento. A lanciare le accuse più dure è stato il ministro del Lavoro turco, Suleyman Soylu, suggerendo apertamente che dietro il fallito golpe ci sia la mano di Washington. Un attacco diretto poi non rilanciato da altri membri dell’esecutivo, ma che dà il senso della tensione tra le cancellerie. Kerry ha replicato parlando di “pubbliche insinuazioni” e spiegando che i sospetti “sono totalmente falsi e danneggiano” i rapporti. Mentre Obama, almeno per il momento, ha preferito tacere in pubblico, sfogando con il suo staff tutta la sua delusione verso il sultano. Gli Stati Uniti comunque, ha precisato ancora Kerry, non hanno ancora ricevuto alcuna richiesta formale di estradizione per Gulen. Dal 1999, l’imam e magnate vive in auto-esilio in una tenuta super-protetta in Pennsylvania, dove secondo analisti dell’intelligence turca avrebbe iniziato a pianificare il golpe già da 8 mesi.

Il partito Chp, principale forza di opposizione in Turchia, ha organizzato una manifestazione in Piazza Taksim, a Istanbul, domenica 24 luglio, per affermare il suo ‘no’ al tentativo di golpe della scorsa settimana. Lo ha annunciato il vice leader del partito, Tekin Bingol, spiegando che si tratterà di un “raduno per la repubblica e per la democrazia”.
“Il nostro leader (Kemal Kilicdaroglu, ndr) e i suoi vice – ha spiegato Bingol – si uniranno ai deputati e al popolo. Affermeremo in modo chiaro la nostra posizione contro il golpe, dopo il tentativo di una giunta militare risalente alla notte del 15 luglio. Ribadiremo il nostro credo e la nostra determinazione rispetto alla democrazia, alla repubblica e al sistema parlamentare, senza fare distinzioni di parte, insieme a tutto il nostro popolo”.