brexit5Con la vittoria del ‘no’ all’Europa, si apre un lungo processo che può durare dai 2 ai 10 anni. Londra dovrà attivare l’articolo 50 dei Trattati Ue, una prima storica, che dà massimo due anni per negoziare l’uscita da 45 anni di legislazione, programmi e fondi Ue, dall’Erasmus a ricerca e pmi. E poi dovrà rinegoziare i suoi rapporti commerciali, economici e così via coi 27, verso probabilmente uno status simile a quello dei Paesi Efta, come Islanda e Norvegia. Resta poi da risolvere il nodo dei funzionari e traduttori britannici che lavorano nelle istituzioni Ue. Un processo lungo e complesso, che lo stesso governo britannico ha quantificato in “un decennio” e il presidente Ue Tusk in “almeno 7 anni”.

Tempesta sugli spread dopo la Brexit. Il differenziale tra Btp e Bund si è ampliato a 185 punti base in pochi minuti dai 130 della chiusura di ieri, con il tasso del 10 anni italiano in rialzo all’1,7%.
E la Brexit innesca la corsa ai beni rifugio, con una pioggia di acquisti sui Bund che fa crollare il tasso del 10 anni tedesco al minimo storico di -0,17%. Il rendimento del decennale tedesco è poi risalito a -0,14%.
Il divario Bonos/Bund balza a 190 punti base.
Pesanti cali per i futures sull’avvio delle Borse europee: secondo il circuito Bloomberg i contratti sulla partenza di Parigi sono ribasso fino all’11%, quelli su Francoforte cedono il 10% mentre Londra segna un calo previsto che ondeggia attorno all’8%. La maggioranza degli operatori – in un clima eccezionalmente volatile – vede per Milano un avvio in perdita attorno al 9%, con punte anche a due cifre.

Italia e Austria sono tra i Paesi Ue meno vulnerabili a un’eventuale uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, in base a uno studio dell’agenzia di rating statunitense Standard & Poor’s, che indica invece Irlanda, Malta, Lussemburgo e Cipro come i Paesi più vulnerabili. Lo studio, intitolato ‘Chi ha più da perdere dalla Brexit?’ introduce un indice di esposizione all’uscita di Londra, il Brexit Sensitivity Index, basato su fattori come esportazioni di beni e servizi verso il Regno Unito in relazione al Pil nazionale, flussi bidirezionali di emigrazione, crediti del settore finanziario su controparti britanniche e investimenti stranieri diretti nel Regno Unito.
Sulla base di tale metodologia Standard & Poor’s ha stilato una lista dei 20 Paesi più esposti alla Brexit, nella quale Italia e Austria sono agli ultimi due posti. «L’Irlanda e altri piccoli centri finanziari aperti guidano la lista degli Stati vulnerabili; dei 20 Paesi più esposti solo due, Canada e Svizzera, non sono membri Ue e solo uno, il Canada, non è europeo», ha commentato Frank Gill, analista creditizio di S&P. Non sorprende che l’Irlanda sia di gran lunga il Paese a maggior rischio in caso di Brexit: la storia condivisa e il confine comune con il Regno Unito danno luogo a vigorosi scambi in merci e servizi e a sostanziali flussi migratori tra i due Paesi. Seguono nella graduatoria dei Paesi più esposti centri finanziari piccoli ma con storici legami con Londra, come Malta, Lussemburgo e Cipro. Fra le grandi economie del continente, la più esposta sarebbe la Spagna, all’ottavo posto, seguita dalla Francia all’unidcesimo e dalla Germania al dodicesimo. L’Italia resta in fondo alla classifica, al 19mo posto.