eutanasiaNegli ospedali britannici ogni anno circa 200mila pazienti non vengono rianimati in quanto la loro situazione sarebbe troppo compromessa per consentire un prosieguo di vita. E di questi, denuncia il Daily Telegraph, almeno 40mila di queste decisioni non sono ‘concordate’ o almeno discusse con i parenti dei pazienti sul momento di staccare la spina.
Tale pratica in ambito medico viene definita  “Dnr”, Do not resuscitate orders,ed è l’ordine imposto i dai medici agli operatori sanitari e che stabiliscono come un paziente non debba essere rianimato in punto di morte perché la situazione è troppo compromessa.
Nel Regno Unito, del resto, è ancora fresco lo scandalo di due anni fa, quando dopo la sollevazione popolare si interruppe la pratica di fermare la nutrizione e l’idratazione dei malati sul punto di morte, con il protocollo noto con il nome di “Liverpool Care Pathway”. E ora il professor Sam Ahmedzai, che ha condotto la ricerca rilanciata dal quotidiano inglese, ha dichiarato senza mezzi termini: “Quando si prende una decisione di questo tipo, non parlarne con il paziente, se è cosciente e abile, o con la sua famiglia, è assolutamente imperdonabile. Se un dottore fosse in punto di morte – ha continuato – si aspetterebbe esattamente questo. Noi dobbiamo mostrare lo stesso livello di rispetto nei confronti dei nostri pazienti”.
“Molte persone non vengono neanche informate quando si presentano indicazioni biologiche sul loro essere prossimi alla fine”, ha aggiunto il professor Ahmedzai parlando con il Daily Telegraph. Al punto che nel 16% dei casi, ha rivelato sempre lo studio, non esistono nemmeno registrazioni o trascrizioni dei dialoghi avuti con i pazienti, che i regolamenti consigliano – e in certi casi prescrivono – per le procedure del fine vita.
Il problema è molto complesso anche perchè, in tempi di tagli alla spesa sanitaria, non mancano i sospetti che, a volte, il fine vita venga deciso non solo per ragioni strettamente sanitarie e umanitarie, ma anche economiche.