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Christine Lagarde

A una settimana dalla pubblicazione del nuovo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale, da cui ci si attende un taglio delle stime di crescita mondiale, il direttore generale dell’istituto avverte: “Le prospettive globali si sono ulteriormente indebolite negli ultimi sei mesi, esacerbate dal rallentamento relativo della Cina, da prezzi più bassi delle materie prime e dalla prospettiva di condizioni finanziarie stringenti in molti Paesi”. In un discorso preparato per l’intervento odierno alla Goethe University a Francoforte (Germania), Christine Lagarde sottolinea come la ripresa dell’economia mondiale continui ma resta “troppo lenta, troppo fragile, con i rischi alla sua tenuta che stanno aumentando”.
Lagarde riconosce che “molti progressi sono stati fatti dalla grande crisi finanziaria” esplosa nel 2008, la peggiore dalla Grande Depressione degli anni ’30 del secolo scorso. Eppure, “siccome la crescita è stata troppo bassa per troppo tempo, troppe persone semplicemente non avvertono” i passi avanti compiuti. Il rischio è che “una crescita che resta contenuta in modo persistente possa auto-rafforzarsi attraverso effetti negativi sulla crescita potenziale la cui direzione potrebbe essere difficile da invertire”. Per questo Lagarde sostiene che è aumentato il rischio di rimanere intrappolati in quello da lei definito il “nuovo mediocre”.
L’ex ministro francese delle Finanze non vuole innescare panico: “Siamo in allerta, ma non c’è allarme”. Anche perché “dopo le turbolenze di inizio anno, l’umore è migliorato grazie a ultieriori stimoli della Banca centrale europea, a un cambiamento apparente in favore di rialzi dei tassi più lenti da parte della Federal Reserve, a prezzi del petrolio relativamente stabili e a una fuga dei capitali dalla Cina più lenta”. Il d.g. del Fondo invita comunque a non essere compiacenti: “Nell’assenza di azioni decisive per affrontare i problemi persistenti, i rischi al ribasso restano e probabilmente sono aumentati”. Per questo invita “i legislatori ad affrontare le sfide e agire insieme” e a non considerare in modo isolato i rischi che le varie economie, avanzate ed emergenti, devono affrontare perché quei rischi possono “causare effetti-contagio che superano i confini con maggiore frequenza e forza come mai visto prima”. Per le economie avanzate – dove “la ripresa è più moderata di quanto atteso” con il dollaro forte che pesa sugli Usa, un’inflazione e una crescita più deboli del previsto che frenano il Giappone e una disoccupazione alta e investimenti bassi che impediscono l’espansione dell’Area euro – i rischi sono associati alle eredità della crisi: debito alto, inflazione, investimenti e produttività bassi e, in alcuni casi, disoccupazione elevata. Ci sono poi i bilanci delle banche in casi specifici frenati da crediti deteriorati. Per le economie emergenti, continua Lagarde, “i rischi dipendono dalle vulnerabilità legate a prezzi delle materie prime in calo, a debito aziendale in rialzo, a flussi di capitali volatili e in alcuni casi a un calo della concessione di credito da parte delle banche”. In particolare, “la transizione della Cina verso un modello economico più sostenibile – un bene per la Cina e per il mondo – significa che il suo tasso di crescita, seppur ancora forte, è più basso”. Secondo Lagarde il rallentamento di Brasile e Russia è più ampio del previsto mentre l’India “continua a distinguersi con una crescita solida e redditi reali in aumento”. In generale “il commercio globale è rallentato e i rischi alla stabilità finanziaria sono aumentati” motivo per cui “la stabilità finanziaria globale non è ancora garantita”. Ad esacerbare i rischi citati, precisa Lagarde, ci sono anche i rischi che “alimentano l’incertezza e la paura” tra cui il terrorismo (contro il quale “la solidarietà è un imperativo”), la “minaccia silenziosa” di epidemie globali, i conflitti e la persecuzione che forzano le persone ad abbandonare le loro case. Un altro fattore di rischio citato da Lagarde è l’incremento delle inuguaglianze: a questo proposito Lagarde ricorda che le 62 persone più ricche al mondo possiedono il patrimonio dei 3,6 miliardi di individui più poveri. “Anche se l’inuguaglianza su scala globale è scesa, non sorprende che abbondi la percezione secondo cui le carte sono dispiegate in sfavore dell’uomo e della donna comune e a vantaggio delle elite”, dice Lagarde. “Queste frustrazioni stanno spingendo le persone a mettere in dubbio le istituzioni e le norme internazionali costituite. Per alcuni, la risposta sta nel chiudere i confini e ritirarsi nel protezionismo”. Eppure, conclude, “la storia ci insegna che questo sarebbe un percorso tragico. La risposta alla realtà di un mondo interconnesso non è la frammentazione. E’ la cooperazione”.