brescia-stazioneisisLa strage di Bruxelles ha rivelato al mondo (e ai belgi per primi) una realtà che avevano da anni sotto gli occhi ma che non avevano mai voluto vedere. Intere aree della capitale erano vere e proprie enclavi del terrorismo jihadista. Soprattutto il quartiere di Molenbek ospitava decine di potenziali terroristi. Un quartiere ghetto, un vero e proprio stato islamico nel cuore d’Europa.
Ma Bruxelles non è certo un caso isolato. Situazioni altrettnto esplosive sono nelle estreme periferie parigine, a Londra, in alcuni quartieri di Madrid.
E in Italia? Non mancano situazioni inquietanti. A Ravenna, dove c’è la seconda moschea più grande del paese, un pio di giorni prima degli eevnti di Bruxelles è sttao arrewdstato un tunisino da anni in città accusato di essere reclutatore di guerriglieri. E sempre dal capoluogo romagnolo sono partiti almeno sei magrebini che si sospetta siano andati ad ingrossare le fila dell’Isis.
Ma la città italiana forse più a rischio sembrerebbe Brescia. Qui il quartiere del Carmine è una porzione di città che abbraccia il centro storico, dove la periferia non è ancora profonda e la città ha imparato a convivere con zone d’ombra in mano all’immigrazione.
Dunque il Carmine come Molenbeek?
Forse il paragone non regge. Però è inevitabile pensare alla banlieue quando una città passa dall’1% di stranieri del 1990 al 19% della fine del 2014 con 37mila immigrati residenti nel capoluogo concentrati in uno spicchio di terra di pochi chilometri quadrati. Non solo. Proprio al Carmine, dove il 60% degli abitanti è straniero,  dal 2010 è cambiata anche la presenza delle comunità, perché da una maggioranza di nordafricani si è passati ad una presenza più numerosa di Pakistani (nel 1991 erano 135, oggi sono 2.265 e rappresentano la più importante collettività straniera).
Qui a fine del 2009 Mohammad Yaqub Janjua, 60 anni, e suo figlio Aamer Yaqub, 31 anni, sono stati arrestati dalla Digos e dalla Guardia di Finanza (poi rimessi in libertà dal tribunale del riesame) perché ritenuti coinvolti nel filone che portava agli attentati di Mumbai del novembre 2008 (195 morti e 300 feriti).
I Janjua, titolari della Madina Trading, con attività di money transfer, vivevano e lavoravano proprio al Carmine di Brescia, in via Garibaldi. Secondo l’intelligence dal cuore islamico di Brescia partirono i soldi per attivare i telefoni usati dai terroristi attentatori. Non solo. Dall’indagine è risultato che tra il 20 settembre ed il 25 dicembre 2008 la Madina Trading del Carmine aveva effettuato più di 300 trasferimenti di denaro verso il Pakistan a favore di persone indagate per terrorismo per un totale di quattrocentomila euro tramite il sistema Hawala. Di più. A cento passi dal Madina Trading, al civico 108 di via Milano tra la corte della casa di ringhiera rimessa a nuovo da qualche anno, si nascondeva anche Essaadi Moussa Ben Amor Ben Ali, nato il 4 dicembre del 1964 a Tabarka in Tunisia ma bresciano d’adozione, latitante dal 2009. Il nome del tunisino-bresciano compare nella “lista nera” dei terroristi globali diffusa da Washington dopo il 2001 per bloccare il finanziamento del terrorismo internazionale.
Insomma molti indizi che invitano a tener alta l’attenzione sull’encvlave islamica brecsiana.