museo-egizio-di-torinoIl nuovo Museo Egizio di Torino è un’altra cosa rispetto al rpecedente . Nuovo dalle cantine alla vertigine del roof garden, forte di una collezione poderosa – la seconda al mondo – a cui finalmente viene resa giustizia dentro ampi spazi che scongiurano l’asfissia e spiegano quello che c’è da sapere in maniera chiara. È stato inaugurato ieri con il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini che continuava a ripetere «strepitoso». In serata c’è stato l’omaggio della comunità mondiale degli di egittologi con il ministro Stefania Giannini e stamattina, come avevano giurato la presidente Evelina Christillin e il direttore Christian Greco, le porte si aprono a un tutto esaurito già lungo fino a Natale.
Nel 1824 Jean Francois Champollion, il primo decifratore di geroglifici, scrisse che «la strada per Menfi e Tebe passa da Torino». Esattamente 33 minuti di treno da Milano e dall’Expo. Senza ritardare di un secondo dopo avere passato l’ultima notte a riempire e svuotare teche prima dell’invasione. La clessidra caricata con 200 chili di sabbia in piazza San Carlo si è fermata. Greco conferma la fama di enfant prodige: in dieci mesi dal reclutamento ha compiuto il miracolo e centrato l’obiettivo di un percorso scientifico la cui parola d’ordine è “connessione”. Ogni reperto rimanda agli altri reperti, ai luoghi d’origine, ad altri siti europei. Ed è una giostra a 360 gradi perché attorno alle vetrine non ci si impala ma si gira: divinità, sarcofaghi, scarabei e monili sono garantiti in versione tridimensionale.
In tre anni e mezzo di trasformazione radicale quelle stanze piene di mistero hanno funzionato a ritmo ridotto senza però essere mai chiuse e sono stati battuti tutti i record di visitatori. Greco assicura che è solo l’inizio. Annuncia collaborazioni strette con gli ex colleghi delle Antichità di Leiden e un piano di ricerca per fare del suo museo qualcosa di vivo. Non vede l’ora di tornare a Saqqara con il turbante e la camicia di lino bianco perché sì, «i sogni si costruiscono un pezzo alla volta con fatica e lavoro anche scavando a mani nude alle cinque del mattino conducendo una vita da monaco». Si è messo in testa di andare oltre l’esoterismo dell’oltretomba per raccontare la storia dei personaggi, collocarli nel contesto, ricomporre nomi, volti, corredi. Un altro modo di credere nell’immortalità: straordinaria conservazione, fascino della completezza, forme e colori intatti. Nella galleria dedicata ai sarcofaghi decorati, durante i lavori sono stati rintracciati sotto vari strati di intonaco affreschi ottocenteschi con animali: è sola una delle tante sorprese.
«Sarà un successo in tutto il mondo – dice convinto il ministro Franceschini – Siete riusciti a trasformare una visita in esperienza». Aggiunge che questo è un modello per molte città e per molti musei italiani: un allestimento oltre la vetrina, «perché non tutti riusciamo a vedere con gli occhi degli archeologi».
C’erano 50 milioni a disposizione: «Adesso – dice la Christillin – siamo passati dalla 500 alla Ferrari».
Opera ciclopica, impossibile sulla carta ma realizzata anche rompendo l’assurdo tabù che impedisce la collaborazione fra pubblico e privato. In Italia non esiste un Louvre. L’Italia è un insieme di musei che vanno nutriti con i fondi del territorio. Però i bambini stiano sereni: le mummie non le hanno tolte. Sono solo esposte con il rispetto che si deve ai resti antropomorfi. Una dorme in posizione fetale accanto alla propria mano dentro una specie di culla circolare: sorride, forse sogna.