dillo.in.italianoL’oggetto è una petizione. Il tema la lingua italiana, e nello specifico l’introduzione nella lingua italiana di termini inglesi, troppi. E’ all’Accademia della Crusca che ci si rivolge, ovviamnete.
E per stare al paso coi tempi, ha un hashtag: #dilloinitaliano.
La petizione è stata diffusa in rete solo pochi giorni fa ma ha già ottenuto 56.000 firme.
Non si tratta di una forma estrema di purismo, non si chiede di rinnegare o emarginare tutti gli anglicismi che da tempo la nostra lingua ospita. E’ fatto storico che le contaminazioni avvengano, soprattutto tra popoli molto vicini tra loro. Ma che la quarta lingua più parlata al mondo debba perdersi in un banale itanglese, a questo Annamaria Testa proprio non ci sta. E parte la petizione.
E inizia dai media e dalla politica, dai mondi più seguiti e influenti. Si interroga: “Perchè, ad esempio, parlare di jobs act quando possiamo dire semplicemente decreto sul lavoro ed essere compresi immediatamente da tutti?”.
Termini come moquette, festival, strudel non appartengno al panorama italiano ma sarebbe opera ardua trovare un perfetto corrispettivo. Dunque il loro uso risulta giustificato e corretto. Ma infarcire l’italiano di termini inglesi, solo per dimostrare un bilinguismo che in effetti non c’è, fa ottenere un risultato ridicolo e ridondante al punto da chiedersi se tutto questo non serva a mascherare la scarsa conoscenza delle lingue straniere.
I 56.000 firmatari sono tutti in attesa del verdetto dell’Accademia della Crusca che nel frattempo ha organizzato un convegno proprio dal titolo La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi.
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