google-logoGoogle fa pace con il fisco italiano, la Guardia di Finanza e la Procura di Milano. Una pace da circa 320 milioni di euro di tasse su 800 che riconosce come imponibile prodotto in Italia in 5 anni. 
È un colpo di scena. Perché al gigante del web non sarebbero mancati né arsenali giuridici per provare una resistenza a oltranza, né l’opportunità di aspettare a maggio l’atteso decreto legislativo fiscale che sottrarrà alla rilevanza penale proprio l’«abuso del diritto», cioè le operazioni che, pur nel rispetto formale delle norme, realizzano essenzialmente vantaggi fiscali indebiti.
E invece, all’esito di una riunione tra penalisti, tributaristi, magistrati e GdF, l’intesa raggiunta (con la regia legale della professoressa Paola Severino) segnala che nella multinazionale americana ha pesato anche una sorta di diplomazia della distensione, la volontà di uno “Stato” (al quale i colossi come Google vengono quasi assimilati per le proprie dimensioni economiche) di ridurre contenziosi e attriti con gli Stati veri. Non senza una operazione di immagine che, d’ora in avanti in Italia, valorizzi il viaggio di ritorno entro criteri di tassazione meno esotici. 
Come molti altri web-company, infatti, anche Google produce in Italia molti utili sui quali però paga le tasse non in Italia (appena 1,8 milioni nel 2013 ad esempio) ma in Paesi che presentano o addirittura programmaticamente offrono condizioni di fiscalità privilegiata. Sulla sua strada il Golia informatico ha però trovato il Davide giudiziario di una verifica fiscale del Nucleo di Polizia Tributaria della GdF di Milano, e del fascicolo di indagine del pm Isidoro Palma.
Rispetto a una controversa dinamica d’impresa in sé ampiamente nota dal punto di vista storico, pm e Gdf nel loro piccolo hanno però svolto una pignola istruttoria sui clienti italiani della pubblicità su Google, tale da documentare (anche con il sequestro di email) che, se tutto il servizio era pensato-contrattato-svolto in Italia, fatture e pagamenti venivano invece indirizzati sulla Google irlandese: questa girava i soldi sulla Google olandese sotto forma di royalties per i marchi e licenze, che poi prendevano la strada di un’altra società irlandese controllante l’iniziale Google irlandese, che a sua volta vedeva però il proprio controllo in capo ad altre due diramazioni di Google soggette a imposizione fiscale alle Bermuda. Pm e GdF hanno riconosciuto a Google la deducibilità di taluni costi, ma hanno contestato il nocciolo del meccanismo, rispetto al quale Google Italia si è infine orientata ad un accertamento per adesione attorno ai 160 milioni l’anno di imponibile dal 2008 al 2013: le tecnicalità seguiranno, ma il saldo dell’intesa stima che tra Ires (27,5%), Irap, sanzioni (pur diminuite in forza dell’adesione) e interessi, Google infine staccherà un assegno pari a circa il 40% degli 800 milioni di imponibile nei 5 anni, e cioè circa 320 milioni.