donnesilamicheIstruita ma non troppo, “sedentaria”, adatta al matrimonio a partire dai nove anni. E’ il ritratto della perfetta moglie del jihadista, tratteggiato in un manuale pubblicato online dalle stesse donne dello Stato islamico. L’obiettivo è quello di attrarre altre ‘consorelle’, soprattutto dai “corrotti” paesi del Golfo e in particolare dall’Arabia Saudita, dove le donne vivono come “prostitute”.
Il manuale, quasi un manifesto, è stato scritto in arabo dalla Brigata Khansaa, gruppo di sostenitrici dell’Is in Iraq e in Siria. E’ poi stato tradotto in inglese e ripubblicato dal think-tank britannico Quilliam, che studia e contrasta il fenomeno del terrorismo. “E’ considerato legittimo – si legge nel documento di una quarantina di pagine – che una ragazza si sposi all’età di nove anni”.
Certo, precisa il manuale, “gran parte delle ragazze pure si sposano a 16 o 17 anni”. Da quel momento in poi, la donna deve condurre la sua vita nascosta agli occhi del mondo, sostenendo il Califfato da dietro le porte chiuse della sua casa. Si chiarisce poi che è giusto che una donna riceva un’istruzione, purché verta sulla religione islamica e venga impartita non prima dei sette anni e non dopo i 15.
Il manifesto delle donne dell’Is condanna senza mezzi termini il modello occidentale della donna emancipata, che “non ha guadagnato nulla dall’idea di uguaglianza con gli uomini, se non problemi”. Soprattutto, la donna deve guardarsi bene dal lavorare in negozi di abbigliamento o saloni da parrucchiere, dove lavorerebbe niente meno che Iblis, il demonio in persona.
I toni del manuale, che è stato pubblicato in arabo il 23 gennaio, sono volutamente più miti e pacati di quelli usati sui social network da molte sostenitrici dell’Is, spesso arrivate nel cosiddetto califfato da altri paesi arabi o occidentali. Una ‘marea rosa’ che, secondo molte statistiche, sarebbe pari al 10% del totale delle reclute straniere dello Stato islamico.
Il ruolo della donna, si precisa ancora nell’opuscolo, deve essere “sedentario”, cioè non di battaglia, ma di supporto da casa, mentre si bada ai figli. Luogo ideale per poter condurre questo modello di vita è Raqqa, città siriana diventata capitale del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Una città che il manuale descrive come “paradiso dei migranti”, dove le famiglie vivono “lontane dalla fame, dai venti freddi e dal gelo”. Città dove non esistono nazionalismi e dove i ceceni vivono in armonia al fianco dei siriani, come i sauditi al fianco dei kazachi.
Il manuale cerca di attrarre verso Raqqa soprattutto le donne saudite, che nel loro paese si confronterebbero con “barbarie e ferocia”. Basta lavorare nei negozi al fianco di colleghi maschi – incita il volume – basta farsi fotografare a volto scoperto per i documenti di identità, basta frequentare le scuole occidentali o “l’università della corruzione” che è a Gedda.
Basta anche essere costrette a guardare le televisioni dell’Arabia Saudita – nota per essere un paese ultraconservatore – che sono “televisioni di prostituzione e corruzione” e basta leggere libri di scrittrici che non sono altro che “donne perdute”.
Nel manuale c’è un vago riferimento ai raid aerei della coalizione internazionale contro Raqqa, ma nessuno alle centinaia di civili yazidi ridotti in schiavitù dall’Is, al commercio di ragazze appena adolescenti, alle decapitazioni e ai roghi di ostaggi stranieri, ai cadaveri crocifissi dei nemici esposti proprio per le strade di Raqqa, agli omosessuali spinti giù da palazzi di sette piani.