RenziUeProve tecniche di scissione a Montecitorio. Il Jobs Act passa alla Camera ma il partito va in frantumi con la minoranza che non lo vota.
In aula i civatiani esprimono parere contrario, altri 29 abbandonano l’Aula. Durante i lavoro un gruppo di 50 delegati Fiom viene ricevuto a Montecitorio dal gruppo di Sel e dai Dem Cuperlo e Civati.

Non è ancora una scissione, ma la frattura tra lo zoccolo duro dell’opposizione interna e la maggioranza renziana appare difficilmente ricomponibile. Di fatto è questa la seconda vittoria del presidente del Consiglio: aver portato il proprio partito a un passo da una scissione che per il segretario avrebbe il significato di una depurazione. Renzi su Twitter esulta: «La Camera approva il Jobs Act. Più tutele, solidarietà e lavoro. Grazie a chi lo ha approvato senza voto di fiducia. Adesso avanti con le riforme. Questa è la volta buona».
La legge delega sulla riforma del lavoro passa l’esame dell’Aula di Montecitorio con 316 voti favorevoli e solo 6 contrari: Pippo Civati e Luca Pastorino (Pd), Claudio Fava (Misto), Mauro Pili (Misto), Mario Sberna (Per l’Italia) e Francesco Saverio Romano (FI). Astenuti i deputati civatiani Paolo Gandolfi e Giuseppe Guerini.
Tutti gli altri escono dall’emiciclo. Alla Camera sul Jobs Act si consuma così una sorta di Aventino. Prima del voto Civati prende la parola per segnalare il «profondo dissenso» sul provvedimento e annunciare il voto contrario. Tutte le opposizioni – Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia (solo Corsaro vota a favore in dissenso dal gruppo), MoVimento 5 Stelle e Sel – abbandonano l’Aula. Con loro anche 29 deputati della minoranza Pd. Tra loro Gianni Cuperlo e Stefano Fassina, che per perplessità «di merito e politiche», con «una trentina di altri colleghi del Pd non possiamo dare il nostro consenso». «L’impianto complessivo del provvedimento rimane non convincente. Riteniamo che non ci siano le condizioni per un nostro voto favorevole e non parteciperemo al voto finale», è la posizione assunta in un documento dai dissidenti che lasciano l’emiciclo. Si tratta di Roberta Agostini, Tea Albini, Ileana Argentin, Rosy Bindi, Massimo Bray, Francesco Boccia, Marco Carra, Angelo Capodicasa, Susanna Cenni, Eleonora Cimbro, Gianni Cuperlo, Alfredo D’Attorre, Gianni Farina, Stefano Fassina, Paolo Fontanelli, Filippo Fossati, Carlo Galli, Monica Gregori, Maria Iacono, Francesco Laforgia, Gianna Malisani, Margherita Miotto, Michela Marzano, Michele Mognato, Barbara Pollastrini, Maria Grazia Rocchi, Alessandra Terrosi, Giuseppe Zappulla e Davide Zoggia.
Vota a favore invece Pierluigi Bersani, che spiega amaro: «Per la parte che condivido voto con convinzione, per quella che non condivido per disciplina, perché sono stato segretario di questo partito e se c’è qualche legno storto da raddrizzare penso che lo si possa fare solo nel Pd». Detto ciò, Bersani ribadisce: l’impostazione del Jobs Act «resta difettosa».
«Non abbiamo votato contro per rispetto dei colleghi della commissione Lavoro che hanno fatto un grande lavoro e ce l’hanno messa tutta», spiega la Argentin. Fassina va giù duro: «Renzi alimenta tensioni sovversive», mentre Alfredo D’Attorre evidenza come «nel Pd c’è un’area critica molto vasta». Cuperlo usa l’ironia: «Il Pd ci licenzia? Confidiamo nelle nuove regole sui licenziamenti disciplinari e ci aspettiamo delle tutele aggiuntive». Per il leader di Sinistra Dem i dissidenti si sono mossi sulla base di «un grande senso di responsabilità: quello che abbiamo sempre fatto è stato di mettere al centro il merito. Questo è lo spirito che ci muove. La discussione, in un partito, è vitale».
Il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini cerca di minimizzare: «Francamente non capisco le motivazioni che hanno portato alcuni miei colleghi, una minoranza assoluta, a non votare un provvedimento che estende le tutele, rende più moderno il mercato del lavoro e che è arrivato in Aula dopo un lavoro serio fatto dal Pd in commissione Lavoro». Complessivamente, al Pd mancano all’appello 57 deputati: in 40 non partecipano al voto (11 in più rispetto ai 29 che hanno reso nota e spiegata la loro decisione: si tratta di Enrico Letta, gli indagati Marco Di Stefano e Francantonio Genovese), 13 in missione (tra loro il ministro Dario Franceschini, il vice degli Esteri Lapo Pistelli e altri sottosegretari), 2 i voti contro e 2 gli astenuti.

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