LorenzinL’epidemia è sbarcata in Europa con due casi in Spagna dove sono state messe in isolamento tre persone che sono state in contatto con l’infermiera contagiata,
In Italia come si sta affrontando il rischio? Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, sentita sull’argomento dalla commissioni riunite Affari Esteri e Affari Sociali della Camera, ha cercato di rassicurare tutti sulla capacità del nostro Paese di fronteggiare l’emergenza:

«In Italia le segnalazioni di casi sospetti al ministero della Salute sono state numerose e sono state tutte attentamente vagliate, per fortuna si sono rivelate tutte dei falsi allarmi. Ma questo va bene perché vuol dire che c’è un sistema di alert molto attento».
Parole che però fanno un po’ a pugni con la realtà.
Proprio ieri infatti Il Resto del Carlino ha pubblicato la storia di due volontari italiani appena rientrati dal Congo, Paese inserito – come ha sottolineato lo stesso ministro nella sua audizione alla Camera – nella lista dei quattro più a rischio (Insieme a Liberia, Sierra Leone e Guinea). I due, Lucia Della Bartola e il compagno Massimo Pagliai, hanno raccontato di non aver avuto alcun tipo di controllo particolare all’aeroporto, e lo stesso è stato anche per tutti passeggeri congolesi a bordo.
«Siamo saliti in aereo a Kinshasa – ha raccontato Della Bartola – insieme a tantissimi congolesi provenienti da diverse aree del Paese, dove l’epidemia si sta espandendo velocemente. Pensavamo ci avrebbero posto problemi a tornare in Italia, invece nessuno ci ha chiesto nulla, se non i documenti. Poi è arrivato il momento dello scalo a Parigi, dove tutti i congolesi sono scesi e, anche in questo caso, il personale addetto ha impiegato diverso tempo solo per il controllo dei passaporti e dei visti. Infine l’arrivo a Bologna e, anche qui, nessuno si è posto il problema dell’arrivo di due cittadini da uno dei Paesi inseriti nella lista di quelli “infetti”». I dati ufficiali dicono infatti che in Congo finora sono morte per Ebola 42 persone mentre il dato sui contagi non è disponibile.
Tuttavia il ministro Lorenzin ha chiaramente ammesso che in certi casi il sistema fa affidamento su una sorta di “autodenuncia”. «Abbiamo la nostra principale criticità – ha detto il ministro – nell’evacuazione di cooperatori e medici nei Paesi dove stanno prestando opera e che circolano poi liberamente per i nostri territori. C’è assoluta necessità che i cooperatori diano notizia dei loro spostamenti all’interno del territorio europeo anche se stanno bene».
Un sistema insomma su base volontaria, non proprio un esempio di massima allerta. Del resto, la stessa Lorenzin ha anche ammesso che non è ancora disponibile un elenco degli italiani nei Paesi a rischio: «Abbiamo chiesto al responsabile per la Cooperazione allo sviluppo Lapo Pistelli – ha detto alle commissioni – un censimento degli operatori italiani che lavorano nei Paesi colpiti dal virus Ebola», aggiungendo poi che sono «qualche centinaio».
Non c’è da stupirsi quindi se le parole della Lorenzin sono risultate tutt’altro che rassicuranti, tanto che la Lega Nord parla apertamente di «palese sottovalutazione del rischio», e chiede che vengano «chiuse le frontiere per evitare qualsiasi rischio di pandemia».
Finora l’unica iniziativa concdreta è quella del presidente del Veneto Luca Zaia che nella sua regione ha ordinato a tutte le Ullss e Aziende Ospedaliere di seguire un “Protocollo Operativo” specifico «per il controllo delle malattie infettive e la profilassi immunitaria in relazione all’afflusso di immigrati». La preoccupazione è proprio la possibile diffusione del virus ebola che secondo il capo della missione Onu in Africa Occidentale, Anthony Bandury, «potrebbe presto mutare e diffondersi per via aerea se l’epidemia non verrà tenuta sotto controllo velocemente».
Il Protocollo veneto va proprio in questa direzione prevedendo la rilevazione costante del numero di immigrati presenti nelle strutture di accoglienza e l’avvio di un’attività di rilevazione pressoché quotidiana, indicando le procedure da seguire e le strutture sanitarie alle quali i “tutor” devono fare riferimento in caso di sospette patologie, infettive e non.