elezioniSveziaLa Svezia, dopo otto anni di centrodestra, si riaffida alla sinistra ma senza fornirgli i numeri per una maggioranza di governo. I risultati delle elezioni attribuiscono allo schieramento costruito attorno al Partito Socialdemocratico il 45% dei voti,

ma l’ultradestra rappresentata dai Democratici Svedesi, ottenendo il 10,5% – più del doppio rispetto alla precedente consultazione – potrebbe diventare il vero ago della bilancia nella ex culla dell’emancipazione scandinava. Il Partito Moderato dell’attuale primo ministro, in carica dal 2006, ottiene il 39,3% e non è escluso che il premier, uscito sconfito nelle urne, non rientri in qualche modo dalla finestra per consentire la formazione di un esecutivo di grande coalizione.
I socialdemocratici, eredi ideali delle battaglie egalitarie di Olof Palme, il primo ministro assassinato nel 1986, hanno ottenuto probabilmente meno di quanto si aspettavano alla viglia.
La futura opposizione in parlamento avrà con tutta probabilità più seggi dei “vincitori”: sono quelli del Partito Moderato, il centrodestra, e quelli dei populisti guidati dal giovane Jimmie Akesson che ha costruito il successo sui problemi, sulle paure e sul caos legati all’immigrazione di massa. I numeri dicono che un governo sarà possibile solo con un abbraccio politicamente acrobatico tra il Partito Socialdemocratico e i populisti oppure con una grande coalizione in cui avrebbe un ruolo decisivo il premier uscito sconfitto dalle urne. Il peggiore scenario possibile.
Il Democratici Svedesi, il partito di destra di cui fanno parte anche alcuni personaggi sospetatti di simpatie neonaziste, vengono considerati i veri vincitori della giornata. L’immigrazione di massa ha messo le ali al movimento guidato da Jimmie Akesson, 35 anni, che ha bombardato l’elettorato con un ragionamento tanto chiaro quanto “feroce”. «Il nostro stato assistenziale – ripete Akesson da mesi con la faccia da bravo ragazzo – è al collasso a causa del continuo afflusso di rifugiati. Tutto questo ci costa un sacco di soldi e non possiamo più sopportarlo. Dobbiamo mettere un freno all’ingresso degli immigrati oppure dirci chiaramete che non possiamo più permetterci le nostre conquiste». Il raddoppio dei voti in quattro anni – i populisti ebbero il 5,7% nella competizione del 2010 – dimostra che molti svedesi si sono ritrovati in certe parole.

Invece in Germania il partito anti-euro AfD (Alternative fuer Deutschland) ha sbancato alle regionali in Turingia e Brandeburgo facendo il suo ingresso trionfale nei rispettivi parlamenti con oltre il 10%, da zero da cui partiva non essendosi presentato alle precedenti elezioni.
Avendo sempre escluso alleanze con la AfD, ed essendo sempre stata la politica della Cdu quella di non tollerare partiti alla propria destra, per la cancelliera a Berlino lo scenario politico si fa critico. In Turingia la AfD del leader Bernd Lucke, un economista anti-euro che predica l’uscita dalla moneta unica dei paesi in crisi, ovvero quelli sudeuropei, arriva a oltre il 10% e in Brandeburgo quasi al 12%. Anche alle regionali due settimane fa in Sassonia, pure a Est, l’AfD aveva raggiunto un risultato a due cifre. Dopo l’affermazione a Ovest alle europee (ma anche alle politiche a settembre 2013; AfD aveva mancato per un soffio l’ingresso al Bundestag rimanendo di poco sotto lo sbarramento del 5%), AfD conquista ora anche Est: una sfida scomoda per la cancelliera venuta dall’Est, che fa presagire un vero pericolo alle urne alle prossime legislative fra tre anni.
I partiti al governo nei due Laender dell’Est l’Spd in Brandeburgo e Cdu in Turingia – si confermano al primo posto ma in Turingia non si esclude un cambio di maggioranza con la Linke (Sinistra) che potrebbe passare alla guida del governo. Il capolista Bodo Ramelow diventerebbe il primo premier in un Land in Germania del partito erede di quello post-comunista della ex Ddr. In Turingia la Cdu, con la governatrice Christine Lieberknecht, era al governo con la Spd.

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