LibroCsmiDomenica 28 febbraio 2010 a Roma un quintetto russo si apprestava ad eseguire l’ultimo movimento di Vivaldi quando è stato interrotto dalla custode della struttura che ha fatto cenno di fermare la musica. Cos’era successo? Erano arrivate le 18,30 orario previsto per la chiusura della sala. La signora doveva chiudre e andare a casa. Alla faccia dei musicisti russi e del numeroso pubblico accorso ad ascoltarli.

Un episodio che fece scandalo e che viene ricordato da nel suo saggio “Liberalizzaci dal male” edito da Rubbettino. Un episodio emblematico di un certo modo di concepire i rapporti con il cittadino da parte delle istituzioni italiane.
Il tema affrontato dalla giornalista è quello delle liberalizzazioni. Anzi, dielle mancate liberalizzazioni o delle liberalizzazioni incompiute.
“Ci sono almeno quattro tipi di liberalizzazioni: le liberalizzazioni «degli usi»; le liberalizzazioni degli orari dei servizi; le liberalizzazioni per l’accesso alle professioni; le liberalizzazioni della «proprietà»”, spiega la Cosmi.
Per esempio gli orari dei servizi (musei, biblioteche, uffici pubblici, ma anche negozi) non sono al passo con le esigenze del cittadino. Perchè, si chiede l’autrice, ad Atene l’Acropoli chiude i battenti dalle 17,30  mentre a Francoforte alle 23? Perchè in Italia i servizi di trasporto pubblico non funzionano fino a tarda notte oppure 24 ore almeno nei fine settimana come avviene altrove in Europa?
C’è poi la facilità di fare impresa.
“Ruanda, Zambia, Ghana e Namibia hanno più attrattiva dell’Italia per chi deve avviare un’impresa. Norme complicate e burocrazia lumaca ci fanno scivolare nella classifica fornita dalla banca mondiale, mentre i costi pesano come un macigno su sviluppo e rilancio: circa lo 0,5% annuo del Pil, quasi 10 miliardi di euro, secondo la stima dell’Istituto Bruno Leoni,”.
In Italia avviare un’impresa costa 2.673 euro contro una media europea di 399 euro. Nel Regno Unito sono sufficienti 33 euro, ne bastano 50 in Irlanda e sei euro in più in Bulgaria. Scegliere la Spagna comporta un costo di 115 euro, ne servono 176 in Germania, mentre in Romania la cifra non supera i 125 euro. Da noi tutto più caro, tutto più complicato.
Tutto questo si traduce in inefficienza e in minor appeal del nostro Paese rispetto agli altri a noi vicini per chi deve viverci e lavorarci. Una situazione che, alla fine, va a danno di ciascuno di noi
Ma quali potrebbero essere le soluzioni. Secondo l’autrice liberalizzaizoni e flessibilità.
Far lavorare i dipendenti quando vogliono, l’idea può sembrare strana, ma Nicola Leibinger- Kammueller, che guida la Trumpf, fabbrica per macchinari te- desca, scommette che funzionerà.
La possibilità di scegliere quanto lavorare, da un minimo di 15 a un massimo di 40 ore settimanali. Ogni due anni, poi, si potrà rivedere la scelta fatta a seconda delle proprie esigen- ze. Inoltre i dipendenti della Trumpf possono accantonare fi- no a mille ore di straordinario in un conto orario personale da utilizzare per ferie, permessi e ore di formazione, così da pren- dersi giorni liberi dalle sei settimane fino a sei mesi. In Italia, invece, meno della metà delle aziende, il 45%, acconsente a un primo minimo orizzonte di flessibilità oraria, solo il 15% di questo minoritario numero di aziende permette ai dipendenti di prendersi giorni liberi o di variare l’orario di entrata e usci- ta dal lavoro.

Benedetta Cosmi
LIBERALIZZACI DAL MALE
Orari, mercato del lavoro, trasporti, reti: come, quando, chi, dove e perché
Prezzo    € 8,00 – P. 70
Editore    Rubbettino

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