imu web-300x204Si cambia ancora per le imposte sulla casa. Il governo punta a unificare le due tasse per rendere meno difficile la vita ai contribuenti. Per rendersi conto di come l’attuale assetto sfidi il buon senso prima ancora che la logica tributaria è sufficiente dare un’occhiata alla circolare che il Dipartimento delle Finanze ha dovuto emanare qualche giorno fa, per chiarire il meccanismo della tassa sui servizi e in particolare la maggiorazione dello 0,8 per mille da applicare in modo distribuito tra le varie aliquote previste.

 

Dalle righe del documento traspaiono la difficoltà e forse l’imbarazzo degli stessi estensori, chiamati a spiegare ed esemplificare il da farsi, indicando i possibili rimedi ai Comuni che hanno messo a punto su questo particolare aspetto delibere sbagliate.
Ed infatti la responsabilità di quanto è accaduto e ancora deve accadere non è stavolta della tanto vituperata burocrazia, ma al contrario squisitamente politica. E così la politica, concretamente il governo, intende tornare sui propri passi predisponendo per il prossimo anno un tributo che unifichi davvero Tasi e Imu (oggi distinte ancorché collegate ed entrambe inserite insieme alla Tari sui rifiuti nel contenitore della Iuc, che sta per “imposta unica comunale”).
Il riassetto farà parte con tutta probabilità della legge di stabilità che l’esecutivo deve approvare per il 15 ottobre ed entrerebbe quindi in vigore il prossimo anno. La materia è delicata perché il rischio di fare danni – anche politici – è elevato dopo i pasticci del 2013. Sono due le ipotesi in campo. La prima, minimale, prevede un mero riaccorpamento delle due imposte, che oggi vengono versate con codici tributo diversi, in chiave di semplificazione per i cittadini e per gli stessi Comuni che devono deliberare. In questo caso l’attuale aliquota massima complessiva fissata per la generalità degli immobili al 10,6 per mille (o meglio quest’anno all’11,4 tenendo conto proprio della maggiorazione dello 0,8 per mille) diventerebbe il tetto del nuovo prelievo, ovviamente con libertà di manovra per le amministrazioni comunali.
Resterebbe da gestire lo scoglio politico della tassazione dell’abitazione principale, solo aggirato lo scorso anno con l’escamotage di sottrarre questa tipologia di immobili al campo di applicazione dell’Imu, sottoponendola però ad una Tasi calcolata in buona sostanza con le stesse regole.
La seconda possibilità è invece proseguire sulla strada sulla quale intendeva avviarsi l’esecutivo guidato da Enrico Letta, poi costretto di fatto a rinunciare: ovvero la creazione di una vera e propria service tax, che non dovrebbe essere pagata dai proprietari in quanto tali ma da tutti coloro che concretamente utilizzano l’immobile e usufruiscono quindi anche di servizi da parte dei Comuni. Soluzione molto più complessa ma che avrebbe il merito di razionalizzare il sistema fiscale complessivo. Quanto agli spazi di riduzione del prelievo, appaiono ovviamente molto ristretti, connessi come sono al quadro generale di finanza pubblica.

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