Dal primo luglio la tassazione delle rendite finanziarie passerà dall’attuale 20% al 26%, con l’importante eccezione dei titoli di Stato, la cui tassazione permarrà al 12,5%.
Ma non basta: con il decreto “salva Italia” varato nel dicembre 2011 dal Governo Monti è arrivata l’imposta di bollo, la mini-patrimoniale su conti correnti e strumenti finanziari.

Anche questa destinata a diventare sempre più pesante: era l’1 per mille nel 2012, è passata all’1,5 per mille nel 2013 e dal 1° gennaio 2014 è volata al 2 per mille. Altro raddoppio, stavolta nel giro di appena due anni.
Ma la nuova definizione delle imposte presenta aspetti anche paradossali.
Per esempio, come rileva Il Sole 24 Ore per il piccolo risparmiatore italiano è più conveniente investire sulle obbligazioni di Stati come il Bangladesh o il Kazakistan (tassate al 12,5%) rispetto alle obbligazioni corporate di colossi italiani come Eni, Intesa o Unicredit (tassate ora al 26%). Ma Bangladesh e Kazakistan dal punto di vista fiscale convengono anche rispetto alle Pmi italiane più dinamiche, le nostre “corazzate tascabili” assetate di finanziamenti sempre più difficili da ottenere. Con un mercato dei capitali asfittico, il sistema di tassazione colpisce con una mano sempre più pesante le emissioni obbligazionarie societarie, aumentando la dipendenza dalle banche delle aziende italiane.
Inoltre considerando sia l’imposta sui redditi finanziari che quella di bollo (la “patrimonialina”), i risparmiatori vengono penalizzati proprio quando i rendimenti ottenuti sono più bassi: anche un prodotto finanziario tassato al 12,5% se rende il 2% paga il 22,5%, mentre se rende il 10% paga il 13,7%.