thyssencorSette anni fa, nell’incendio divampato allo stabilimento della ThyssenKrupp, morirono sette operai travolti da una nuvola incandescente di olio nebulizzato. Dopo sette anni, il processo che ha segnato un nuovo corso in materia di sicurezza sul lavoro in Italia, rischia la prescrizione delle condanne. È un pronunciamento della Consulta, una sentenza del 28 maggio 2014 che dimezza i termini di estinzione del reato per l’omicidio colposo e l’incendio colposo.

 

 

Una decisione presa per non violare l’articolo 3 della Costituzione, secondo i giudici. Ma sembra più che altro una beffa: nonostante il lavoro in tempi record del gruppo che aveva guidato l’inchiesta, a distanza di sette anni ancora non c’è una sentenza definitiva. Il 24 aprile scorso, infatti, la Cassazione aveva deciso di rinviare gli atti alla Corte d’Assise d’Appello di Torino.
I giudici supremi hanno confermato la responsabilità degli imputati, ma hanno annullato senza rinvio una parte della sentenza che riguarda una delle “circostanze aggravanti” contestate agli imputati. Secondo la Cassazione non ci fu dolo, ma colpa, “colpa cosciente”, gravissima, nella gestione dello stabilimento della ThyssenKrupp di Torino. Dunque, non fu omicidio volontario ma omicidio colposo, quindi non più dodici ma sei anni ai quali però vanno aggiunti tutti i giorni determinati della aggravanti.
Ora, la sentenza Thyssen è rinviata alla Corte d’assise d’appello ma le condanne sono passate in giudicato, come si dice in gergo. Tecnicamente, secondo l’accusa, sono blindate. I difensori degli imputati però non escludono che, lette le motivazioni della Cassazione, ricalcolati i termini di estinzione del reato in base ai nuovi criteri, non sarà chiesta la prescrizione per i responsabili: l’amministratore delegato Harald Espehahan, il responsabile della sicurezza Cosimo Caffueri, il responsabile dello stabilimento Raffaele Salerno, i due membri del Comitato esecutivo Gerald Priegnitz e Marco Pucci, il direttore per gli investimenti Daniele Moroni.

Il processo Thyssen è la chiara dimostrazione che non è sufficiente chiudere le inchieste in tempi brevi per salvare il processo: quando la prescrizione arriva dopo sei anni i gradi di giudizio rendono praticamente impossibile ottenere condanne definitive senza incorrere nella prescrizione del reato. {jcomments on}