doctorL’Italia è un Paese sempre più vecchio, con le conseguenze relative sul piano della salute, aggravate anche da una crisi economica che costringe sempre più concittadini a rinunciare a prendersi cura della propria salute.


Questo, in sintesi, quanto emerso dal  Rapporto annuale Istat 2014, che nel capitolo 4 prende in esame il welfare e la situazione della salute degli italiani. Secondo lo studio, se da un lato l’efficienza e qualità generale del Sistema sanitario nazionale hanno registrato un miglioramento, dall’altro permangono disuguaglianze nell’accesso alle cure, sia in relazione alla distribuzione geografica della popolazione, che al reddito.  A preoccupare sono i ”persistenti divari di genere, sociali e territoriali”, oltre che “gli evidenti segnali di riduzione della spesa sanitaria pubblica e le difficoltà dimostrate dalle famiglie a far fronte con risorse proprie alle cure sanitarie”.
Lo svantaggio del Mezzogiorno, segnala l’Istituto di statistica, ”è strutturale, le condizioni di salute sono peggiori rispetto al resto del Paese”. La speranza di vita è di 79 anni per gli uomini e 83,7 anni per le donne (nel Nord rispettivamente 79,9 e 84,8 anni). La prevalenza di cronicità grave si attesta al 16,1%, contro il 14,2% registrato nel Nord del Paese”. Anche i divari socio-economici sono strutturali: nel 2012 le persone di 65 anni e oltre con risorse economiche scarse o insufficienti dichiarano di stare male o molto male nel 30,2% dei casi contro il 14,8% di chi ha risorse economiche ottime o adeguate.
Ma l’elemento di maggiore preoccupazione è l’aumentata rinuncia alle cure per motivi di ordine economico (nel 50,4% dei casi) o per liste di attesa troppo lunghe o eccessiva distanza Sdelle trutture (per il 32,4%). Questo per l’11% della popolazione, che ha dichiarao di aver rinunciato alle cure (accertamenti o visite specialistiche non odontoiatriche, interventi chirurgici o acquisto di farmaci) nel 2012. La cifra, già di poer sé considerevole, aumenta nel caso in cui si tratti di donne (13,2%) e di popolazione residente nel Mezzogiorno (15% circa), confermando una incidenza di genere e ubicazione geografica.
Quali che siano le ragioni, un dato rende chiara la percezione della propria condizione di Salute della popolazione. Secondo le rilevazioni, nel 2012 sono aumentate le persone che dichiarano di stare male o molto male: la loro quota sul totale della popolazione si attesta al 7,7 per cento, circa un +1% rispetto al 2005. Anche in questo caso la componente soggettiva della salute mostra delle differenze di genere: le donne che dichiarano di stare male o molto male sono  complessivamente il 9,4 per cento contro il 5,8 per cento degli uomini, senza differenze rispetto al 2005.
Con l’aumentare dell’invecchiamento – e quindi della popolazione anziana – si registra anche un aumento delle persone che soffrono di patologie croniche gravi: nel nel 2012 sono il 14,8 per cento della popolazione, registrando un + 1,5% rispetto al 2005. “In generale – dichiara l’istat  – non si tratta di un peggioramento delle  condizioni di salute, ma di un incremento della popolazione anziana esposta al rischio  di ammalarsi, infatti, il tasso depurato dall’effetto dovuto all’incremento del contingente  delle persone anziane resta stabile (14,6 per cento nel 2005 contro 14,9 nel 2012) con differenze di genere a sfavore degli uomini (16,0 per cento contro il 13,9 per le donne)”. Anche sul fronte della conicità grave incide la collocazione geografica: tra gli over 75 la cronicità aumenta in modo maggiore al centro e al sud, rispettivamente di 4,5 e 4 punti percentuali; nella classe di età 70-74 anni l’aumento è stato di 5,3 punti percentuali nel Nord-est e di 2,6 nel Mezzogiorno.
Insomma, le famiglie si fanno sempre più carico dell’assistenza dei familiari e talvolta – sempre più spesso – sono costrette a rinunciare alle cure per motivi economici. Questo è il risultato anche di una spesa pubblica tra le più basse in Europa destinata alla disabilità. Riporta l’Istat che la spesa destinata nel nostro Paese alle persone con disabilità (parliamo di pensioni di invalidità, contributi per  favorire l’inserimento lavorativo, servizi per l’assistenza e l’integrazione sociale e strutture residenziali) è pari al 5,8% della spesa per la protezione sociale. “L’impegno economico per questa funzione – dichiara l’Istat – ci colloca  tra i paesi europei con le percentuali più basse di spesa destinate alla disabilità, per  la quale l’Europa alloca il 7,7 per cento della spesa per la protezione sociale. Tra i 28 paesi europei spicca la Croazia (17,2 per cento); all’opposto troviamo Malta, con una percentuale pari al 4,1 per cento”.