cattivastradaI poveri, gli esclusi, i reietti. Erano questi i personaggi delle canzoni di Fabrizio De Andrè. Quasi i protagonisti di un vangelo. Ma un vangelo laico intriso di spiritualità. E proprio alla spiritualit dei testi del cantautore genovese è dedicato un libro:  ‘Sulla cattiva strada – La spiritualità di Fabrizio De Andrè’ di Fabrizio Filiberti e Milena Simonotti.


Analizzando il testo di Via del campo, gli autori accostano gli ultimi due versi (dai diamanti non nasce niente/dal letame nascono i fiori) al motto evangelico ”e molti dei primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi” (Marco, 10,1). ”Il finale, profondamente evangelico – scrivono – dice il programma ermeneutico di questa eresia ed intercetta, anche sul piano artistico, l’altro grande eretico cristiano, Lev Tolstoj. Il suo radicalismo lo portò ad abbracciare l’etica del ”Discorso della Montagna”, delle ‘Beatitudini’, ma alla fine allontanandolo dalla Chiesa Ortodossa che lo scomunicò nel 1901. Non riconosceva la dottrina cristiana della Trinità, né ”la sacrilega storia di un Dio nato da una vergine e redentore del genere umano” (Lev Tolstoj, Risposta alla deliberazione del sinodo) né i sacramenti. Il suo è un cristianesimo che accoglie il Cristo uomo e ne fa il modello della vita buona…”.
E ancora ‘Si chiamava Gesù’ e in particolare gli ultimi quattro versi che raccontano l’umanità di Gesù: ‘Ebbe forse un po’ troppe virtù,/ebbe un nome ed un volto: Gesù./Di Maria dicono fosse figlio/sulla croce sbiancò come un giglio’.
Gli autori parlano di ”Vangelo di De Andrè” e non di ”Vangelo secondo De Andrè” spiegando: ”Vangelo qui è da intendersi come ‘evanghelion’, lieto evento, lieto annuncio, buona novella, evocando la voce che, nel deserto, annunciava e d Israele, in esilio e oppresso, l’arrivo del suo Signore e la liberazione. Vangelo è, da allora – e poi per il tramite di Gesù – la voce che ci raggiunge portandoci parole di autentica umanità, parole che hanno connotato non solo estetico, poetico, ma morale, performativo, costruttivo di coscienze, politico”.
I diseredati sono al centro delle canzoni. I sottoproletari senza futuro che ha incontrato nei carrugi di Genova, gli uomini e le donne, i vecchi e i giovani che, come affermò in un’intervista lo colpirono per ”l’abitudine alla sofferenza”.
In un’intervista spiegò bene il suo punto di vista: ”Io mi ritengo religioso e la mia religiosità consiste nel sentirmi parte di un tutto, anello di una catena che comprende il creato e quindi nel rispettare tutti gli elementi, piante e minerali compresi, perché, secondo me, l’equilibrio è dato proprio dal benessere diffuso in ciò che ci circonda”. Fabrizio Filiberti e Milena Simonotti azzardano per Fabrizio De Andrè anche una prospettiva mistica proprio in quella sua capacità di stare sempre fuori, oltre – benché interno – alle dimensioni religiose, morali e politiche incarnate.

FABRIZIO FILIBERTI E MILENA SIMONOTTI, SULLA CATTIVA STRADA-LA SPIRITUALITÀ DI FABRIZIO DE ANDRÈ (MORETTI&VITALI, PP. 216, EURO 15,00)
 

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