palazziStrano Paese il nostro. Conviene ai politici, ai sindacalisti e alla finanza globale. Ma finisce con l’essere ostile verso giovani, precari, disoccupati e laureati. E, ancora, imprese e lavoratori autonomi.

Un “leisure country” perfetto per le vacanze: offre buona cucina e divertimento, e persino l’atmosfera giusta per coltivare lo spirito. Ma guai a voler studiare, investire in attività produttive o, peggio ancora, lavorare.
E’ il quadro del Belpaese che emerge dall’indagine “A chi conviene l’Italia?”, elaborata dal Club dell’Economia in collaborazione con il Censis.
Ad avere una certa convenienza ancora a vivere in Italia sono anche gli immigrati, “i cinque milioni di stranieri che oggi vivono e operano nel nostro Paese” trovandovi diverse opportunità d’impiego. Il punteggio di professionisti, lavoratori autonomi e imprese è meno della metà (3,8%) rispetto all’8,9% attribuito ai politici.
Solo una piccola minoranza ritiene che l’Italia sia un Paese adatto a studiare (7%), investire (5,7%) e lavorare (5,2%). Tra i fattori che influenzano negativamente la situazione del Paese, al di là dell’onnipotenza di una classe dirigente “pigliatutto”, ci sono l’invecchiamento della popolazione, che minaccia la sostenibilità del welfare (16,7%) e toglie spazio ai giovani, l’instabilità politica (15,3%), la burocrazia che rende impossibile lavorare (14,2%).
C’è poi molto scetticismo sulle prospettive di ripresa: alla domanda “Riusciremo ad uscire dalla stagnazione?” il 49,3% risponde di no, il 50,7% invece è fiducioso. Ma se poi si guarda alla distribuzione per età, si vede che a dire “ce la faremo” sono soprattutto due fasce ben distinte: i giovani con meno di 34 anni (il “sì” arriva al 62%) e gli ultrasessantacinquenni (64% di fiduciosi). “Gli anziani sono i più sicuri e i più ricchi, i giovani hanno la speranza – osserva il direttore del Censis Giuseppe Roma – Per tutti gli altri domina l’incertezza. Lo dimostra che a non spendere non sono solo le famiglie con problemi economici, neanche chi ha i soldi consuma”.
Ma accanto all’incertezza c’è una ribellione interiore, un rancore verso chi si è appropriato del Paese, traendone ogni possibile convenienza, ma trascurando ogni forma di interesse generale. Uno scontro impari tra il 90% della popolazione e il 10% di una classe dirigente decisamente trasversale, osserva l’economista Mario Baldassarri, e quindi eternamente al potere, qualunque sia lo schieramento politico al governo, “centrodestra, centrosinistra o tecnico”. “I soliti noti”, li chiama il Censis.
Gli italiani hanno ancora fiducia solo nelle eccellenze strutturali del Paese: il patrimonio culturale (31,3%), il brand (24,3%), le reti di solidarietà (11,8%). Mentre finisce in basso alla classifica la patrimonializzazione delle famiglie (2,4%): Il nostro patrimonio non viene più percepito come una sicurezza alle nostre spalle, anche perché si sta esaurendo.

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