Pdl-Fi-258La formula preferita è “bagno di sangue”, così i diretti interessati rappresentano l’imminente separazione dei due tronconi del Pdl, i lealisti e i ministeriali. E’ un’esagerazione motivata dalla trance agonistica, ma rispecchia alcuni dati di realtà.

Preannunciata da Fabrizio Cicchitto, la linea degli alfaniani sarebbe questa: disertare il Consiglio nazionale fissato dal Cav. sabato prossimo, giudicato scarsamente democratico, e contrapporvi un documento politico filogovernativo in calce al quale sarebbero state raccolte trecento e più firme. In mattinata sembrava che il decorso della crisi interna al Pdl vivesse un brivido d’accelerazione. Poi sono sopraggiunti i rinvii: si terrà oggi l’assemblea dei ministeriali prevista ieri sera, appuntamento che sembrava destinato a sancire la rottura definitiva. Al margine della scena, sola certezza di un calendario tormentato, la decisione di convocare per oggi pomeriggio una conferenza stampa dei capigruppo dedicata alla Legge di stabilità. Sullo sfondo, nel tramestio fra i senatori del Pdl riuniti ieri, la richiesta di concordare la linea sulla decadenza del Cav. prima di affrontare il voto sulla manovra. Obiettivo: dilatare i tempi della Finanziaria fino al 27 novembre e intensificare la pressione sul Pd per far slittare il pronunciamento sulle sorti di Berlusconi. Oltretutto il Cav. spera in buone nuove dagli Stati Uniti (documenti) e da Strasburgo (risposta al suo ricorso) che gli consentano di reclamare la revisione del suo processo infausto e il rinvio del voto sulla decadenza. Meglio allora un Pdl unito alle sue spalle. Berlusconi addomesticherà ancora per un po’ le spinte secessioniste? Il gran consigliere Fedele Confalonieri ci sta lavorando.
La cronaca riserva spazio all’indecidibile, ma un punto politico c’è: per la prima volta dall’anno I dell’èra berlusconiana, il centralismo carismatico del Cav. viene sfidato dall’interno. Non dal velleitarismo di un Gianfranco Fini, allogeno rispetto alla vecchia guardia forzista, ma in nome di una prospettiva disegnata da alcuni ex fedeli che mettono in conto la spaccatura e cercano di puntellarla con un documento sul quale contarsi.
Di là dalla guerriglia quotidiana combattuta dai contendenti a colpi di comunicati e interviste scorbutiche, c’è qualcosa di notevole, o di liberatorio perfino, nell’eventuale scissione all’interno del Pdl. Se non altro s’afferma un principio di chiarezza: il berlusconismo, nella sua basculante e variopinta natura, si divide in due tronconi. Uno di questi obbedisce al richiamo carismatico di un leader assoluto dotato ancora di consensi e motivazioni personali, sebbene il raggio d’azione della sua libertà sia limitatissimo. L’altro gruppo, quello capeggiato da Angelino Alfano e dal resto della delegazione ministeriale, nasce formalmente solidale con la storia politica e le vicende giudiziarie berlusconiane, tuttavia non ne riconosce più il carisma: non al punto tale da mettere in discussione il sostegno alle larghe intese. C’è anche chi, come Roberto Formigoni, mostra d’aver accettato a cuor leggero il rogo in effigie allestito intorno al Cav. dalla magistratura chiodata, accompagnata dal suo corteggio politico di mozzorecchi, e vorrebbe lasciarsi alle spalle il berlusconismo con un voto segreto al Consiglio nazionale di sabato. Il che rende più imperscrutabile l’inedito paesaggio che si apre di fronte al centrodestra: due partiti ferocemente in contrasto tra loro, eppure legati dalla comune origine berlusconiana, dalla comune militanza nel popolarismo europeo e verosimilmente dall’esigenza di non perdersi di vista quando si avvicinerà il momento degli accordi elettorali. La fedeltà cieca al Caimano e il tradimento della sua fiducia sono categorie impolitiche gradite ai teorici delle “due destre prigioniere di Berlusconi” (Rep.), e i quasi-divorziati del Pdl saranno presto chiamati a smentirli.

Alessandro Giuli  – © – FOGLIO QUOTIDIANO

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