TaresIl leader del Pd non sembra ancora rassegnarsi al fallimento del suo tentativo di dar vita a un governo. E così, ritardando di gettare la spugna, sta facendo perdere tempo prezioso al Paese e alla sua economia.
Ma mentre Bersani temporeggia, Monti continua a tartassare gli italiani per i quali ha preparato una nuova stangata che dovrebbe essere definta tra una manciata di giorni.

Entro il 10 aprile, infatti, il governo dovrebbe presentare alle Camere il Documento di economia e finanza. Dopo venti giorni, a fine mese, toccherebbe al Programma nazionale di riforma e al Programma di stabilità, corposi documenti da inviare a Bruxelles, nell’ambito del cosiddetto semestre europeo. Se il prossimo mese ci sarà un nuovo esecutivo nel pieno delle sue funzioni, dovrà quindi prendere in mano immediatamente questi dossier, anche se è lecito attendersi che chi si troverà al timone vorrà fare prima una ricognizione della situazione economica e finanziaria. Se invece dovesse perdurare lo stallo, allora toccherebbe al governo Monti imbastire in qualche modo questi documenti, a meno di non poter contare su una improbabile dilazione dei tempi concessa dalla Ue.
Ma c’è un’altra scadenza già scritta, che riguarda più direttamente i cittadini. A cavallo tra giugno e luglio, i contribuenti italiani saranno chiamati alla cassa prima per il consueto versamento delle imposte dirette, poi per l’Imu che a bocce ferme resterebbe quella dello scorso anno (anzi Comuni importanti come Bologna hanno già annunciato l’aumento dell’aliquota) quindi per la Tares, il nuovo tributo sui rifiuti che comporta un aggravio di almeno un miliardo. Nel frattempo, dal primo luglio l’aliquota ordinaria dell’Iva sarà passata dal 21 al 22 per cento, con un maggior gettito atteso di 4,3 miliardi.

Un eventuale nuovo governo avrebbe questa come prima emergenza da affrontare, accanto a quella del pagamento dei debiti della pubblica amministrazione. Ma i margini di intervento sono molto ristretti. Lo stesso esecutivo si ritroverà infatti probabilmente nella necessità di reperire ulteriore risorse per una serie di esigenze, a partire dagli ammortizzatori sociali in deroga. Tutto ciò potrebbe richiedere una nuova manovra, visto che le nuove previsioni appena rese note dal governo (nella relazione al Parlamento che anticipa in parte il Def) vedono il disavanzo del 2013 avvicinarsi pericolosamente alla soglia del 3 per cento, anche per effetto del preventivato sblocco dei pagamenti. È chiaro però che le eventuali misure dovranno concentrarsi sul lato della spesa, a meno di non voler dare retta a Commerzbank che suggerisce al nostro Paese la via di una tassa patrimoniale. Chiunque ci sia, molto difficilmente potrà considerare un’opzione del genere.
Intanto ieri l’esecutivo in carica, nella riunione del Consiglio dei ministri, non ha accolto la richiesta dei Comuni di sospendere con un decreto la Tares, per applicare al suo posto i precedenti prelievi sui rifiuti (Tia e Tari). In questo modo i sindaci potrebbero contare su un miliardo di trasferimenti statali che nel nuovo schema sarà invece sostituito da un’addizionale di 30 centesimi a metro quadrato sui servizi indivisi. Inoltre dopo il rinvio delle prime due rate, i contribuenti si troverebbero a pagarne tre tutte insieme, anche se ci sono dubbi sul fatto che Comuni e aziende di sevizio riescano a concretizzare in tempi rapidi il passaggio al nuovo sistema.
Esempre  ieri il Consiglio dei ministri ha poi rinunciato ad approvare il regolamento in materia di golden share per le imprese controllate dallo Stato: anche di questo dovrà occuparsi il futuro governo, che una volta superati gli appuntamenti europei avrà di fronte a sè il termine del 30 giugno per l’assestamento di bilancio, tradizionalmente occasione per approvare anche un decreto che interviene sui conti pubblici. Mentre il 15 ottobre deve essere definita la legge di stabilità. Ma l’autunno sembra per ora un orizzonte lontano.

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