Ogni giorno ha la sua pena dice l’Ecclesiaste. E ogni giorno Mario Monti ci reca una pena in più. L’ultima in ordine di tempo riguarda la sanità. La cura degli italiani è a rischio ha detto ieri l’ineffabile ex rettore della Bocconi, salvo poi rettificare dando la colpa si soliti giornalisti che non avrebbero capito bene.

Anche se lui si era spiegato benissimo quando ha detto che la sostenibilità futura del Servizio Sanitario Nazionale potrebbe “non essere garantita”.  Poi ha rettificato, ma la sostanza non cambia. A lui e al suo complice Napolitano importa poco il diritto degli italiani ad esser curati. Per loro l’importante sono i bilanci delle banche e gli interessi della cancelliera tedesca.
Ma non bastasse il rischio di una sanità meno efficiente, nell’immediato arriva la certezza di terdicesime risucchiate dalla voracità fiscale di questo governo.
Tra bolli, bollette, rate e canoni, secondo i calcoli fatti da Adusbef e Federconsumatori, infatti,  l’agognata gratifica natalizia si ridurrà del 90,7%. Per essere più precisi, dei 34,5 miliardi di euro di tredicesime che verranno complessivamente pagate quest’anno (lo 0,5% in meno rispetto al 2011), soltanto il 9,3%, ossia 3,2 miliardi di euro potrà effettivamente essere speso da lavoratori e pensionati. A bruciare un’ampia fetta delle tredicesime, inutile dirlo, la seconda rata dell’Imu. I 4,5 miliardi che dovranno essere sborsati da chi ha la prima casa di proprietà si porteranno via il 13% dell’assegno. Alla tassa sulla casa si affiancano bollette, ratei e prestiti per un valore di 10,3 miliardi (ben il 29,9% del monte totale). L’Rc Auto mangerà 5,3 miliardi di euro, il 15,4% delle tredicesime, mentre 4,6 miliardi di euro (con una diminuzione del 13,3% sul 2011), serviranno per pagare le rate dei mutui. Il salasso non è però ancora finito: 3,7 miliardi di euro (10,7%) se ne andranno per pagare le tasse di auto e moto, mentre 1,9 miliardi (5,5%) spariranno per il canone Rai. Un ulteriore 8,7%, pari a 3 miliardi di euro, servirà infine per pagare i prestiti contratti con banche, finanziarie, parenti, amici e conoscenti per sopravvivere, dato che stipendi, salari e pensioni non bastano più per far quadrare i bilanci. A disposizione per eventuali acquisti restano solo 3,2 miliardi di euro, meno di un decimo del monte tredicesime.
Ma c’è anche a chi andrà peggio. I lavoratori delle zone colpite dal terremoto dello scorso maggio rischiano, infatti, di non vedere neppure un centesimo nella busta paga di dicembre. Il 16 dicembre scade la moratoria fiscale e le aziende dovranno sottrarre ai propri dipendenti i contributi che erano stati sospesi dopo il sisma. Su uno stipendio di 2.200 euro lordi, ha calcolato la Cgil, si parla di circa 150 euro per i contributi previdenziali e, in media, 350 euro di tasse. In totale fanno 500 euro al mese che, moltiplicati per i sei trascorsi dalle scosse di maggio, fa 3.000 euro. Di questa cifra, ogni mese va restituito un quinto: se lo si somma alla ripresa normale di tasse e contributi, arriviamo a una decurtazione di oltre mille euro.

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