Mentre l’inconsistente ministro Passera è disperso in Cina la Procura di Taranto arresta i vertici della più grande industria siderurgica europea e ne sequestra la produzione. Per contro la proprietà, molto opportunamente, decide la chiusura dei siti produttivi italiani e manda a casa subito oltrte 5mila dipendenti destinati a diventare più di 20mila a breve.
Quanto accaduto a Taranto è un esempio gravissimo dello strapotere che la magistratura ha assunto nel nostro Paese e delle pesanti ingerenze di molti magistrati nella vista delle imprese. Un elemento che, nella latitanza delle altre istituzioni, costituisce un grave vulnus alla libretà di fare impresa in Italia.
Ma, soprattutto, la chisuura dell’Ilva significa che una parte importante, fondamentale, della filiera italiana dell’acciaio rischia di venir irrimediabilmente compromessa con le ovvie conseguenze per il settore e per gran parte dell’industria siderurgica e metalmeccanica italiana.
L’Ilva, in una nota, dice che il sequestro della produzione disposto dalla magistratura ‘’comportera’ in modo immediato e ineluttabile l’impossibilita’ di commercializzare i prodotti e, per conseguenza, la cessazione di ogni attività nonchè la chiusura dello stabilimento di Taranto e di tutti gli stabilimenti del gruppo che dipendono, per la propria attività, dalle forniture dello stabilimento di Taranto’’. Gli operai “a casa” sarebbero circa 5mila.
lva ribadisce “con forza l’assoluta inconsistenza di qualsiasi eccesso di mortalità ascrivibile alla propria attività industriale, così come le consulenze epidemiologiche sopraccitate inequivocabilmente attestano”. E’ quanto si legge in una nota dell’azienda. “Per chiunque fosse interessato – prosegue la nota – Ilva mette a disposizione sul proprio sito le consulenze, redatte da i maggiori esponenti della comunità scientifica nazionale e internazionale, le quali attestano la piena conformità delle emissioni dello stabilimento di Taranto ai limiti e alle prescrizioni di legge, ai regolamenti e alle autorizzazioni ministeriali, nonché l’assenza di un pericolo per la salute pubblica”.
La situazione è precipitata improvvisamente.
La Guardia di finanza ha eseguito una serie di arresti e sequestri a Taranto nei riguardi dei vertici dell’Ilva e di esponenti politici nell’ambito dell’inchiesta ‘Ambiente venduto’. Sotto la lente degli investigatori una serie di pressioni che l’Ilva avrebbe effettuato sulle pubbliche amministrazioni per ottenere provvedimenti a suo favore e ridimensionare gli effetti delle autorizzazioni ambientali. Accuse a vario titolo di associazione per delinquere, disastro ambientale e concussione. In particolare, secondo quanto si apprende, le ordinanze di custodia cautelare, emesse dal Gip di Taranto, chiamerebbero nuovamente in causa la famiglia Riva, e anche funzionari e politici di enti locali pugliesi.
Tra le persone raggiunte dalle misure cautelari ci sono Fabio Riva, vicepresidente del gruppo Riva e figlio di Emilio Riva (già ai domiciliari dal 26 luglio scorso) e fratello di Nicola Riva (anche lui ai domiciliari dal 26 luglio); Anche il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante e il direttore generale dell’azienda, Adolfo Buffo, sono coinvolti nell’inchiesta che ha portato all’emissione di sette ordinanze di custodia cautelare e al sequestro dei prodotti finiti/semilavorati. I due dirigenti hanno ricevuto altrettanti avvisi di garanzia. In carcere sono finiti Fabio Riva, ammistratore delegato dell’Ilva, Luig Capogrosso, ex direttore delle stabilimento l’ex consulente Girolamo Archinà.
Non contenta la Procura ha posto sotto sequestro tutta la produzione dell’Ilva degli ultimi quattro mesi. L’intera produzione stoccata nell`ex yard Belleli e nei parchi della zona portuale di Taranto è finita sotto sequestro preventivo richiesto dalla procura di Taranto. Sotto sequestro sono finite migliaia di lastre di acciaio e coils, grossi cilindri di materiale finito pronti per essere spediti alle industrie. La merce sequestrata non potrà essere commercializzata perché si tratta di prodotti realizzati in violazione della legge. Secondo la procura ionica, costituiscono profitto di reati perché realizzati durante i quattro mesi in cui l`area a caldo dello stabilimento era sotto sequestro senza alcuna facoltà d’uso.

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