Rottura Lega - PdLVista la situazione d’incertezza, per non dire di confusione, che caratterizza l’attuale momento politico, può essere utile svolgere una breve riflessione sul berlusconismo, cioè sul fenomeno che più ha caratterizzato gli ultimi lustri della storia italiana, allo scopo di intenderne meglio il significato e ricavarne anche delle indicazioni utili per l’attuale fase politica.
L’influenza di Berlusconi sulla vita politica ha investito sostanzialmente tre ambiti. Un aggiornamento dei modi della comunicazione politica; un diverso orientamento  del sistema politico nella sua dinamica di fondo, facendolo passare da un equilibrio centrista a una competizione tra due schieramenti; una ricanalizzazione della lotta politica, che rischiava di frantumarsi sotto la pressione di forti spinte centrifughe, in un ambito nazionale.
Sul versante della comunicazione politica l’influenza del berlusconismo si può dire irreversibile. Non solo perché gli strumenti da lui adoperati sono oramai merce corrente per tutte le forze politiche (dai sondaggi, agli spot), ma soprattutto perché anche i movimenti politici emergenti si caratterizzano sul versante dei nuovi strumenti di comunicazione (internet, i social network). In questo senso si può dire che il berlusconismo non solo è stato influente, ma trova oggi dei continuatori.
Se l’effetto sulla comunicazione è stato importante ancora più significativo, dal punto di vista pratico ma ancor più da quello assiologico, è stato l’effetto sistemico che l’avvento di Berlusconi ha determinato. L’Italia dall’unità in avanti, tanto nel sessantennio liberale che nei quarantacinque anni di regime democristiano (la cosiddetta prima repubblica), ha sempre conosciuto un equilibrio politico centrista, senza possibilità di alternanza. Solo dal 1994, e solo grazie alla discesa in campo dell’imprenditore milanese, il sistema politico si è orientato sull’asse destra/sinistra diventando una democrazia compiuta.
Malauguratamente, per un insieme di ragioni che sarebbe troppo lungo esaminare in questa sede, l’innovazione pratica non è stata fissata in una compiuta riforma costituzionale che la rendesse definitiva. Perciò, mutato il clima politico generale, l’assetto bipolare della democrazia italiana è a rischio e il ritorno a un equilibrio centrista incombe di nuovo sul nostro sistema politico. Peraltro, questo passo indietro potrebbe segnare una regressione più generale, facendo tornare di attualità timori che sembravano scongiurati. Per intenderlo converrà spendere qualche parola aggiuntiva sull’ultimo aspetto richiamato di sopra, cioè la funzione nazionale del berlusconismo.
Al momento della creazione di Forza Italia era concreto il pericolo che dalle urne uscisse un paese diviso in tre  segmenti non comunicanti tra loro. Al nord ci sarebbe stato il predominio della Lega, al centro un’affermazione della sinistra, al sud il successo della destra. Gestire una simile situazione non sarebbe stato facile e il pericolo di una lacerazione irreversibile si sarebbe fatto concreto. Mettendo assieme la protesta nordista e il tradizionale conservatorismo meridionale Berlusconi offriva un via di uscita alle difficoltà. Per capire l’importanza di questa funzione nazionale del berlusconismo basterà fare riferimento ad alcune percentuali elettorali. Nel 1996 la Lega, che si presentava da sola alle elezioni raggiunse, oltre il 10% dei voti, cinque anni dopo, di nuovo alleata con FI ed AN raccoglieva un modesto al 3,9%. L’efficace contenimento elettorale non è stato però supportato da un’efficace azione di contenimento politico.
Anzitutto perché non si è riusciti a portare a casa la riforma costituzionale, ma anche perché non si faceva argine, nelle scelte quotidiane, alla prepotenza leghista. Così il partito minore della coalizione risultava quello che aveva maggiore visibilità ed era in grado di segnare la quotidianità politica, minando, in nome della ragion di partito, l’efficacia dell’azione di governo.
L’indicazione che si ricava da questa analisi è abbastanza semplice, il PdL (o come si chiamerà la formazione che andrà alle elezioni) se vuole avere una prospettiva e, soprattutto, se vuole offrire una prospettiva al nostro paese deve separare le proprie sorti da quelle della Lega.

Massimo Griffi
(da L’Occidentale)

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