La contestata tassa potrebbe riaprire il dramma degli sfratti. Tutta colpa delle elvate aliquote che molti Comuni stanno ipotizzando sugli immobili dati in affitto e, in particolari, su quelli a canoni concordati, proprio quelli, cioè, dove, in cambio di un canone più basso,  la proprietà beneficiava di uno sgravio fiscale.


Secondo Confedilizia infatti, molti proprietari di case in affitto di fronte alle spese ingenti a cui dovrebbero andare incontro a causa proprio dell’Imu, potrebbero decidere di sfrattare i propri inquilini.
Un allarme che fa seguito a quello lanciato in questi giorni dalla stessa Confedilizia che ha messo in evidenza come, rispetto all’Ici, la nuova tassa sugli immobili produca aumenti che andranno dal 200% fino a oltre il 2.000%. Tutta colpa della seconda aliquota, quella sulle seconde case – spiegano – sulla quale i Comuni hanno agito con forti aumenti . Ben 13 capoluoghi su 20 hanno infatti deciso di farla salire dal 7,6 per mille di base al 10,6 per mille, mettendo in grande difficoltà proprio i proprietari di immobili in affitto.
Ad essere colpiti sono anche i cosiddetti affitti calmierati, quelli che godevano in passato di un regime fiscale agevolato. Non a caso è stata subito rilanciata in Parlamento la proposta di riportare al 3,8 per mille l’aliquota per questo tipo di abitazioni così come avveniva in passato per l’Ici. Per ora però, il combinato disposto dell’aumento del 60% dei valori catastali e quello delle aliquote dell’Imu, produce effetti devastanti per milioni di proprietari di seconde case. Ma vediamo nel dettaglio qualche esempio che chiarisce la pesantezza della situazione.
Si tratta dei cosiddetti affitti calmierati, ossia dei contratti 3 anni + 2 che potevano permettere di godere di un regime tributario più tenue a fronte di affitti controllati. Per l’Ici ad esempio si pagava un’aliquota fissata per legge e uguale per tutti al 3,8 per mille. Con l’Imu però si è detto addio a tutto ciò, e nonostante in molte città ci si aspettasse per queste abitazioni un trattamento di favore, così non è stato. A Roma ad esempio, dove l’aliquota è stata comunque fissata al 10,6 per mille, partendo da una rendita catastale di 787,60 euro, si è già pagata una prima rata da 503 euro, a cui il prossimo 17 dicembre ne farà seguito una da 900 euro. Il tutto per la bellezza di 1.403 euro, quasi cinque volte quello che si sarebbe pagato con la vecchia Ici.
E gli esempi portati da Confedilizia continuano con Napoli, dove partendo da una rendita catastale di 800 euro si arriverà a pagare in totale 1.426 euro, a fronte dei 588 euro che si pagavano con l’Ici.
Ancora peggio andrà a chi aveva scelto il regime dei contratti liberi, del cosiddetto 4+4 per i quali è scattata quasi ovunque la tenaglia dell’aumento massimo dell’aliquota al 10,6 per mille. In questo caso il record dell’aumento spetta a Milano, dove, secondo i dati di Confedilizia, per una casa con rendita di 877,98 euro, da un Ici di 461 euro si passerà a 1.416 euro di Imu con un impennata del 207%. Un rincaro che in città come Roma, Torino, Firenze , Genova, Venezia e Bari sarà pari al 142%.

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